Non ho dimenticato quando mi parlavi della casa. Una casa per te, una casa tua, per vivere quell’età adulta di cui già ti vestivi, e che qualche volta nel tuo agitarti ti andava un pò stretta. Una volta (lo ricordo, eravamo in giardino) mi proponesti anche di prenderla insieme: io e tu, poi eventuali altri. Ero onorato di tanta fiducia, ma per me quella di vivere da solo era poco più di una vaga aspirazione.
Il destino poi ci divise. E paradossalmente, dei due fui io ad andare via, a lasciare la mia famiglia. Tante cose erano cambiate. E scelsi proprio la via che, senza volerlo, mi avevi suggerito: forse qualcosa avevi seminato.
Una piccola stanza. Che con pazienza e cura, più di quanta sapessi di averne, ho trasformato: a poco a poco da semplice camera da letto è diventata un piccolo salotto. Così ho scoperto che i luoghi possono esprimere chi li abita. Fino a diventare un porto accogliente nei momenti stanchi o di sconforto.
E’ una piccola magia di cui ti sono debitore, ma come per tutte le cose c’è un prezzo: non ci sei tu. Sei la prima persona che avrei accolto e contemporaneamente l’ultima che mai vi entrerà.
E’ triste, ma è giusto così, come in un certo senso è giusto che nessuno degli sguardi di donna che incrocio sia, nè sarà mai, il tuo.
“It is a far, far better thing that I do, than I have ever done.”
Charles Dickens
Postato da Fabio Vento in
Best,
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