In attesa di un report del mio soggiorno tedesco (probabilmente al ritorno, fra circa una settimana: sto ancora “metabolizzando”), volevo commentare “a caldo” un’esperienza di pochi giorni fa, quando ho visitato per un giorno la bellissima Amburgo.

Dialogue in the Dark è un esperimento decisamente inusuale. In un edificio della città sono state costruite stanze completamente buie, e i visitatori, privati di qualsiasi oggetto capace di emettere luce, vengono condotti a voce da guide non vedenti. Ciascuna stanza simula, attraverso oggetti, rumori, sapori, un particolare ambiente di vita quotidiana.
Ribaltare ruoli e rapporti fra vedenti e non vedenti, questo l’intento dichiarato, ma non è una banale “rivalsa”: personalmente ho realizzato qualcosa che tendevo a ignorare, cioè che il senso della vista (che ho sempre posto un gradino più in alto degli altri) non è che un “mattone” dell’intelligenza e della facoltà percettiva umana, che poggia su tante altre risorse costantemente attive ma in qualche modo “celate”.
Il senso dell’udito, per esempio, si è mostrato altrettanto capace di definire lo spazio, perché è direzionale: temevo avrei avuto difficoltà a stare al passo con gli spostamenti della guida, ma non ho avuto alcuna esitazione. Ovviamente il senso del tatto, in assenza di luce, diventa fondamentale nel definire gli oggetti, ma soltanto adesso mi sono reso conto di quanto questa funzione sia autonoma dalla vista ed attinga a una propria “collezione” di memorie.
Ma ciò che più ho focalizzato è quanto spontaneamente ed autonomamente il cervello tenda a creare, basandosi sui sensi “attivi”, una vera e propria “mappa mentale” del luogo (in sè altrettanto affidabile), e come sia naturale e perfino intrigante cercare di “arricchirla” raccogliendo nuove informazioni.
In conclusione: provate anche voi qualche volta a muovervi nel buio più totale, magari in un luogo che conoscete poco. Potreste davvero stupirvi :)


































