
Difficile spiegare Palermo a un forestiero: bisognerebbe forse cominciare col dirgli che Palermo non è mai vuota. Poche città al mondo, credo, riescono ad accogliere e stupire il visitatore perfino nella nudità e nella desolazione. Palermo è il sole onnipresente, è l’azzurro del cielo che filtra fra le pieghe degli edifici, è il verde amico delle ville e degli alberi secolari, è il complice e teatrale abbandono diroccato delle vie e dei mercati di notte. Tanto basta. O no?
Ovviamente no: anche le personalità più intense necessitano di ricambiare la propria linfa, di accogliere e far proprio il nuovo e la creatività, ed è proprio qui che sta il fronte fra una grande città ed un paesino di provincia. La città accoglie, elabora, produce: arte, cultura, idee. E Palermo questo lo fa sempre meno, anzi: sta precipitando.
Soltanto nell’ultimo anno siamo stati testimoni dello spegnimento di numerosi presidi culturali, eterogenei per natura e collocazione, ma tutti validamente radicati nel proprio territorio di riferimento. La rassegna estiva Kals’Art, uno dei pochi respiri internazionali della città, è caduta nell’oblio dopo varie promesse di riesumazione; è tuttora in pericolo l’attività del locale-libreria Kursaal Kalhesa, che ha accolto dibattiti e performances artistiche di livello; il salone EXPA è costretto in un limbo di “ferie prolungate”, inghiottito dall’indifferenza e dall’ostilità del quartiere della Kalsa; il centro sociale ExCarcere, bacino di artisti teatrali ora molto noti, è sotto minaccia di sgombero. Molteplici le cause, ma su tutto lo sguardo indifferente (e talvolta apertamente ostile) delle istituzioni, già di per sè svilite nella propria essenza e credibilità dal plateale flop delle ZTL, dal dissesto finanziario, e naturalmente dallo scandalo della “Parentopoli” - che altro non ha fatto che appalesare un “fantasma” che è stato sempre nell’aria.
Non starò a sciorinare ovvietà su come arte e cultura siano l’anima di una comunità, o su come le vie del potere transitino troppo facilmente attraverso l’ostruzionismo culturale: ciò che più mi preoccupa è quella che Roberto Alajmo, nel suo illuminato saggio “Palermo è una cipolla”, saluta come “tendenza di adeguamento al peggio”. Se continua così, per come siamo fatti, potremmo presto abituarci a questo stato di cose, associarlo ad una malsana idea di normalità sociale.
Proprio quest’anno, però, sono stato spettatore di un evento imprevisto e illuminante: Le Città Invisibili. Per poche sere, la Vucciria si è riaccesa ed ha generosamente accolto stuoli di teatranti, che senza timore ne hanno fatto proprie le strade, i balconi, le impalcature, raccontando fra la folla le proprie storie bizzarre. Un successo. Quale posto meglio di Palermo avrebbe potuto accogliere l’arte e farne parte di sè in modo così suadente? Dove meglio sperare in un rapporto così “carnale” coi luoghi aperti di una città?
Beh, se questo mirabile esempio di cosa Palermo può, si risolverà nell’ultimo bagliore di un crepuscolo, non so. Di certo mi spiacerebbe continuare a vivere in un posto che, come qualcuno in un certo film definì l’Italia intera, sia “bello e inutile”. La bellezza vale a poco se non germoglia… e questo chi vive a Palermo, ahimè, lo sa.
(da GIV Palermo)
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