fv's fuzzy blog

Il blog di Fabio Vento

Archivio di novembre 2008

Wall-E

Il momento più bello è quando il capitano riesce a disattivare l’intelligenza artificiale del “pilota automatico” e con un semplice gesto ricorda (anche a noi) che era soltanto un timone. Per un attimo, insieme a lui, realizziamo che la tradizione dei capitani di mare non è morta, che anche in un futuro ipertecnologico viaggiare nello spazio può essere come navigare.

Wall-E

Wall-E non scontenta nessuno perché riprende a piene mani l’essenza Disney, quella che diverte i piccoli e appassiona i grandi. Un film più denso e sofisticato di altri, ma più di altri capace di parlare il linguaggio universale dei sentimenti.

Più di altri, certamente, un film visuale. Forse per la prima volta il 3D esce dal proprio “ghetto” di genere e fa proprie la fotografia, le sfumature, la composizione dell’immagine delle pellicole classiche. Proprio dal character design si compone una delle chiavi di lettura della pellicola.

In Wall-E ed EVE, nel loro aspetto ancor prima che nelle loro azioni, si confrontano due diverse proiezioni dell’immaginario tecnologico: laddove il primo rispecchia le promesse della fantascienza ottimista e ingenua degli anni ‘70-’80, la seconda è figlia della tecnologia contemporanea e della sua pretesa di perfezione estetica.

Se allora per Wall-E la somiglianza con il robot Jhonny 5 del film Corto Circuito non è casuale, il design di EVE va identificato, più che con le forme accoglienti della Space Age anni ‘70, con i rivestimenti patinati dei moderni iPod.

Meccanico ed elettronico, relais e circuiti, Commodore ed Apple. Ed è bello che sia il primo a cambiare il secondo, in attesa che arrivi l’uomo a riprendere le redini. L’uomo che, pur nell’incubo tipicamente cyberpunk di una tecnologia pervasiva ed anticipatrice dei bisogni, rivela di non aver perso l’attaccamento alla propria terra, alle proprie radici.

Ma Wall-E è bello da vedere anche per chi, magari per motivi anagrafici, tutto ciò non può coglierlo. Mi torna in mente un paragrafo da “Le anime disegnate” di Luca Raffaeli, dedicato al coniglietto Thumper del film Bambi:

Nel pronunciare quest’ultima frase, il coniglietto è a figura intera sullo schermo, e la scena è tutta sua. Una fiducia ben riposta perché l’animatore Milt Kahl riesce a compiere uno dei suoi capolavori. In sedici secondi di filmato si possono contare ben undici diverse espressioni del coniglietto, difficili da elencare per come si fondono l’una nell’altra, ritornano, si nascondono, per poi emergere di nuovo. Le indicazioni, per il giovane attore Peter Behn che dava la voce al personaggio, erano: “Thumper comincia a parlare come meccanicamente, poi si ferma a pensare rigido”. Nell’animazione di Johnston il coniglietto respira prima di cominciare a rispondere, in un’evidente atteggiamento di frustrazione, e inizia a far ruotare il piedone sinistro, com’è sua abitudine nei momenti di agitazione. Poi chiue gli occhi e spinge in fuori il musetto per far uscire la lezioncina che il padre gli ha dettato. Qui c’è la pausa, in cui sembra che Thumper non ricordi più nulla, alza gli occhi al cielo come a cercare il resto della frase, poi ricomincia a parlare abbassandosi verso terra con le orecchie all’ingiù e lo sguardo volto timidamente verso la madre, a cercare il suo sosegno. Quando sta per terminare le rivolge direttamente lo sguardo gonfiando il petto d’orgoglio. Per un attimo poi gli balza alla mente che quella che sta subendo è in effetti un’umiliazione bella e buona. Allora il petto si sgonfia e Thumper assume con tutto il corpo una posizione imbronciata, e allo stesso tempo di sottomissione. Si rialza e torna ad asnnusare l’aria (e quindi a fare il normale coniglietto) quando l’attenzone si sposta su Bambi. Ripeto: tutto questo in soli 16 fantastici secondi. Da notare peraltro le orecchie di Thumper: in tutti i passaggi descritti si muovono in modo da sottolineare le espressioni del coniglietto, facendo anche da contrappeso e dunque offrendo al personaggio tutto l’equilibririo e la solidità necessaria alla credibilità, della quale Disney tanto si raccomandava. Come si può far di più?

Beh, come non dire lo stesso dei gesti, delle espressioni, dell’umanità di Wall-E?

Postato da Fabio Vento in Arte e Memorabilia, Cinema e TV - Commenti

I fogli del libro

Le due città

Una solenne considerazione, quando entro in una grande città di notte, quella che ciascuna di quelle case, oscuramente raggruppate, chiude un suo particolare segreto; che ogni stanza in ciascuna di esse chiude un suo particolare segreto; che ogni cuore pulsante delle centinaia di migliaia di petti che respirano nella stessa città, è, in alcuni dei suoi pensieri, un segreto per il cuore che gli è più vicino. C’è in questo un senso di spavento pari a quello della stessa morte.

Non posso più volgere i fogli di questo caro libro che amavo, e spero invano col tempo di leggerlo tutto. Non posso più guardare nelle profondità di quest’acqua insondabile, nella quale, come luci istantanee, m’erano lampeggiati bagliori di tesori sepolti e di altri oggetti sommersi. Era destino che il libro dovesse chiudersi con uno scatto, in sempiterno, quando io non ne avevo letto che una pagina. Era destinato che l’acqua si dovesse rapprendere in un ghiaccio eterno, quando la luce si trastullava sulla sua superficie, e io me ne rimanevo ignaro sulla sponda.

Il mio amico è morto, il mio vicino è morto, il mio amore, la diletta dell’anima mia è morta: è il consolidamento inesorabile, la perpetuazione del segreto che fu sempre in quella personalità, e che io porterò nella mia fino all’ultimo respiro.

Da “Le due città” di Charles Dickens, 1859.

Postato da Fabio Vento in Dal vecchio blog, Libri - Commenti