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Il blog di Fabio Vento

Archivio di febbraio 2010

Il Segreto di Monkey Island: teorie a confronto (1 di 3)

Non mi sembra vero: sono trascorsi vent’anni dall’uscita di The Secret of Monkey Island e del suo seguito, LeChuck’s Revenge. Due storici videogiochi adventure che al tempo feci “girare” su Amiga 500.

The Secret of Monkey Island (in italiano Il Segreto di Monkey Island) è il primo capitolo della saga di Monkey Island ed è stato prodotto nel 1990 da LucasArts (allora ancora LucasFilm). Qui compare il protagonista assoluto di tutta la serie, Guybrush Threepwood, un giovane dal passato oscuro che giunge su una piccola isola dei Caraibi, l’isola di Melée, con un sogno da realizzare: diventare un pirata. Il gioco, permeato da una forte vena umoristica, è stato ideato da Ron Gilbert, con l’aiuto di Tim Schafer e Dave Grossman: gli stessi tre autori realizzeranno anche il seguito, Monkey Island 2: LeChuck’s Revenge.

(fonte: Wikipedia)

Altri episodi sono usciti nel corso degli anni, via via più evoluti man mano che la tecnologia progrediva, fino al recentissimo Tales of Monkey Island… ma senza la mano creativa di Ron Gilbert, che nei primi anni ‘90 lasciò la compagnia per fondare una sua impresa. E tutti sono concordi che il fascino dei primi due capitoli della saga non sia stato mai eguagliato.

In cosa sta questo fascino? Beh, non soltanto nella trama avvincente e ricca di trovate, nei personaggi ben caratterizzati, nella raffinatissima colonna sonora: non soltanto, in due parole, nelle qualità tecniche per l’epoca eccellenti. E neppure sta soltanto nell’atmosfera capace di “catturare” e coinvolgere.

Sta più, direi, in qualcosa che non è facile definire, in quella cifra di follia e ingenuità che è la stessa materia di cui sono fatte le fiabe. In Guybrush, quello schivo ragazzo venuto dal nulla che al grido di “voglio diventare un pirata” si scontra con un’umanità sorniona e indifferente, c’è un pò un archetipo, c’è l’immagine senza tempo della giovinezza, con la sua esuberante ingenuità. In quella silhouette poco definita, figlia della primitiva grafica VGA, era facile identificarsi…

The Secret of Monkey Island

E parlando di genio e di follia… come dimenticare l’enigmatico finale di Monkey Island 2? Il gioco si chiude su una scena di difficile lettura, di cui ancora oggi si parla in rete: il successivo episodio, The Curse of Monkey Island, ne dà un’interpretazione, ma probabilmente non è quella concepita da Ron Gilbert. Che non rivelò mai a nessuno i progetti per il “suo” terzo capitolo di quella che aveva concepito come una trilogia.

Finale di Monkey Island 2

Questo terzo episodio mai realizzato avrebbe dissipato ogni dubbio e, insieme, risposto a una domanda: qual’è il segreto di Monkey Island? E’ forse legato a questa scena finale?

Sta di fatto che, per dichiarazione dello stesso Gilbert, nei primi due Monkey Island sono disseminati una serie di indizi che possono portare vicino alla soluzione.

Bene: nei prossimi due post (ovviamente rivolti a chi i due episodi li ha gocati) passerò al vaglio le risposte che gli utenti del web hanno offerto a questi due enigmi… e infine dirò la mia! :)

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Roy Lichtenstein: il fumetto infinito

Roy Lichtenstein: il fumetto infinito

Parliamo del fumetto popolare. In cosa è diverso da altri media, come il cinema o la fotografia? Di certo nel fatto che è, semplicemente, narrazione.

Nel comic book di massa nessuna immagine è importante di per sè stessa: ciò che conta è il flusso di lettura si svolga senza intoppi, che ciascuna vignetta porti alla successiva in un intreccio complessivo. Raramente in un singolo panel c’è del sottinteso, c’è una profondità, c’è spessore.

Roy Lichtenstein il fumetto l’ha portato sulla tela del quadro, e nel farlo l’ha decostruito, l’ha reso “altro”. La maggior parte delle sue opere è una singola vignetta, dipinta in grande formato. Un frammento di storia sciolto dal suo contesto, dal flusso narrativo, reso pregnante di per sè stesso.

Non c’è dovizia di particolari: l’immagine, rozza e approssimativa, è più o meno la stessa che troveremmo in un racconto a fumetti. Ma nel suo isolamento diventa piena, intensa, gode dell’immaginazione: istintivamente evochiamo un contesto, un “prima” e un “poi”, una successione di vignette in cui immergere questo istante. E, senza rendercene conto, costruiamo una narrazione che è “nostra” e insieme universale.

Individuale e universale insieme: non è, questo, uno dei caratteri dell’Arte?

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