fv's fuzzy blog

Il blog di Fabio Vento

Archivio di aprile 2010

Arabia

La sua immagine mi accompagnava anche nei posti più negati al romanticismo. Il sabato sera, quando la zia andava al mercato, dovevo andarci anch’io per aiutarla a portare un po’ di pacchetti. Camminavamo per le strade illuminate tra gli spintoni di uomini ubriachi e di donne che contrattavano, tra le bestemmie dei manovali, le stridule cantilene dei garzoni di guardia ai barili di carne di maiale in salamoia, la voce nasale dei cantastorie che intonavano inni su O’Donovan Rossa e ballate sui moti patriottici. Ma tutti questi rumori convergevano in un’unica sensazione di vita per me: immaginavo di portare il mio calice in salvo attraverso una schiera di nemici. Il suo nome, a volte, mi saliva alle labbra in strane preghiere e lodi che non capivo; avevo spesso gli occhi pieni di lacrime (senza sapere perché) e a volte l’ondata tumultuosa che si sprigionava dal mio cuore sembrava che mi si riversasse in petto. Pensavo poco al futuro. Non sapevo se avrei mai trovato il coraggio di rivolgerle la parola e, nel caso lo avessi fatto, come avrei potuto esprimerle la mia confusa adorazione. Ma il mio corpo era come un’arpa e i gesti di lei come le dita che scorrono sulle corde. [...]

Finalmente mi parlò. Quando mi rivolse le prime parole, mi sentii cosi confuso da non sapere cosa rispondere. Mi aveva chiesto se sarei andato all’Arabia. Non ricordo se risposi sì o no. Era uno splendido bazar; le sarebbe piaciuto andarci, disse.
«E perché non ci vai?» chiesi.
Mentre parlava si rigirava un braccialetto d’argento intorno al polso. Non poteva andarci, rispose, perché‚ ci sarebbe stato un ritiro nel suo convento, quella settimana. Suo fratello e due altri ragazzi stavano cercando di portarsi via i berretti, e io ero solo vicino al cancello. Teneva con una mano una delle sbarre, mentre chinava la testa verso di me. La luce del lampione di fronte si posava sulla candida curva del suo collo, le illuminava i capelli che le ricadevano immobili sulla nuca e, più in basso, cadeva sulla mano posata sulla sbarra. Battendo di lato sul vestito, colpiva l’orlo bianco della sottana che la posa trascurata lasciava intravedere.
«Beato te che puoi andarci!» disse.
«Be’, se ci vado, ti porterò qualcosa» risposi.

Dal racconto “Arabia” di Gente di Dublino di James Joyce, 1914. Foto di DesigningDivas.

Postato da Fabio Vento in Arte e Memorabilia, Libri - Commenti

Nasce il blog del Bi.Bi.Gas, gruppo di acquisto solidale

E’ nato da pochi giorni il blog ufficiale del Bi.Bi.Gas, gruppo di acquisto solidale palermitano di cui faccio parte. Gestito e redatto da me, il sito illustra com’è nato il gruppo, come funziona e presenterà le sue iniziative (con report foto e video).

Non mancheranno articoli e interventi sui temi dell’ecologia, dell’autoproduzione, del consumo critico e dei comportamenti responsabili.

Postato da Fabio Vento in Eco, Internet - Commenti

Gateau di batate rosse con seitan

Questa ricetta è parzialmente tratta dal libro Cucinare Tofu & Seitan di Terra Nuova Edizioni, ma c’è una modifica sostanziale: al posto della patata tradizionale uso la buonissima batata rossa.

Originario dell’America tropicale, questo tubero è coltivato in Italia da Agrilatina secondo i precetti dell’agricoltura biodinamica, e vanta invidiabili proprietà nutritive. Il suo sapore è forte e deciso, a metà fra patata e zucca: potete trovarlo con facilità da NaturaSì.

Ingredienti per 4 persone:

700 g di batate rosse
1 cipolla grossa
200 g di seitan
1 bicchiere di latte di soia
pangrattato
sale, olio, pepe

Tempo di preparazione:
40 minuti circa

Procedimento:

Lessare le batate e, a parte, soffriggere la cipolla tagliandola a fili sottili. Tritare il seitan a piccoli pezzi e aggiungerlo alla cipolla quando imbiondisce. Far rosolare il tutto a fuoco lento.

Schiacciare le batate con l’aiuto di una forchetta e amalgamarle al latte di soia e al seitan con cipolle. Salare e pepare. Travasare l’impasto in una teglia unta con un pò di olio e cosparsa di pangrattato. Spargere la superficie con altro pangrattato e informare a forno caldo a 200 gradi.

Sfornare quando la superficie risulta ben dorata, eventualmente aggiungendo un altro filo d’olio.

Postato da Fabio Vento in Ricette vegan - Commenti

Il Segreto di Monkey Island: teorie a confronto (2 di 3)

Qual’è il segreto di Monkey Island, il vero segreto concepito da Ron Gilbert di cui si parla fin dal primo capitolo dell’omonima saga… ma che non viene mai rivelato?

Questo post e il successivo sono rivolti a chi ha terminato The Secret of Monkey Island e LeChuck’s Revenge… lo sconsiglio a tutti gli altri: capirebbero poco e si rovinerebbero l’esperienza (ancora praticabile, grazie ai tanti emulatori come DOSBox) di due splendidi giochi d’avventura :)

Bene, iniziamo col prendere in esame alcuni indizi dati da Gilbert stesso in un paio di interviste anni fa:

<Dalixam> Hi Ron, glad to meet you :) The secret of Monkey Island is probably the most well kept secret ever. Can it actually be seen/found in MI1 or MI2? I’m not asking you to reveal it :)
<Ron-G> Yes, if you really look at what’s going on, you might be able to come close.
<Ron-G> There are a lot of jokes, that aren’t really jokes.

[...] you’ll see when you play that there are a lot of anachronisms, like the vending machine at Stan’s used ship yard. They’re there to add humor to the game of course, but they also have a secret, deeper relevance to the story – but I’m keeping that secret for the sequel.

Sembra che il segreto sia legato ai tanti anacronismi che attraversano la saga. Il distributore di Grog al negozio di Stan nel primo episodio o gli operai in tuta (con tanto di camion) nel secondo, sono parte integrante del microcosmo dei Caraibi dei diciottesimo secolo e nessuno sembra stupirsi della loro presenza.

Forse è solo una trovata umoristica, forse no. Forse sono veri e propri indizi: nel mondo di Monkey Island non tutto è come sembra.

E questo ci porta direttamente alle sequenze finali di Monkey Island 2… rivediamole insieme, a partire da quando Guybrush trova il tesoro di Big Whoop:

La teoria più popolare sul segreto di Monkey Island si ricollega proprio a questi due punti: gli anacronismi e il finale. Sostiene che l’intera vicenda dei due giochi, fino alla sconfitta di LeChuck, sia la proiezione immaginaria di un bambino.

Riepilogando: siamo nel nostro presente. Una mattina Guybrush e famiglia si recano a un parco divertimenti a tema “piratesco”, proprio come il giro in barca Pirates of the Caribbean dei parchi Disney. Il bambino se ne appassiona al punto da immaginare un mondo dove quei colorati personaggi hanno vita reale, dove anche lui può diventare un pirata. Nella sua ingenutà inserisce elementi anacronistici dei nostri tempi. Perde di vista i genitori, che mandano sulle sue tracce il fratello maggiore Chuckie. Guybrush lo vede arrivare e, forse per rivalità, ne fa il suo arcinemico, LeChuck. Fino al momento in cui la maschera cade e il bambino ritorna al mondo reale.

Questa teoria è avvalorata da diversi indizi, ne citerò soltanto alcuni. In The Secret of Monkey Island:

  • All’inizio del gioco, Guybrush appare su Mêlée Island senza nessuna spiegazione: da dove viene? Com’è arrivato lì?
  • L’avvertimento della Voodoo Lady: «Ciò che scoprirai su te stesso e sul tuo mondo ti sconvolgerà»
  • Le t-shirt vinte nella “caccia al tesoro” e per la “maestria nella spada”, che sono un tipico premio dei giochi dei parchi divertimenti

In LeChuck’s Revenge:

  • Ancora la Voodoo Lady: «Il tesoro di Big Whoop contiene il segreto per un altro mondo (leggi: il mondo reale). Trovalo e potrai sfuggire per sempre a LeChuck»
  • I tunnel di Phatt Island (che attraversano una collina) e Dinky Island (che sono sotterranei e riportano addirittura su Mêlée) ricordano quelli realmente usati dal personale dei parchi Disney per depositare merce e strumenti e spostarsi velocemente da un posto all’altro
  • Appaiono i genitori di Guybrush, sotto forma di scheletri: la prima volta Guybrush li accusa di “averlo abbandonato”, la seconda volta li troviamo sotto un cartello “Lost parents”
  • La stretta somiglianza fra l’ingresso del Big Whoop Entertainment Park e il porticciolo di Booty Island

Quindi, il segreto di Monkey Island pare essere semplice: il mondo di Monkey Island è un mondo di fantasia. Su YouTube c’è un ottimo “documentario” di andygeers sul tema:

E qui tutto filerebbe liscio, se non fosse per alcuni particolari.

Anzitutto, gli occhi “maligni” di Chuckie che nell’ultima scena sprigionano energia. Come a dire che lui è ancora LeChuck. E poi Elaine, che dopo i titoli di coda riappare su Dinky Island chiedendosi se Guybrush non sia sotto l’effetto di un sortilegio…

Senza contare che lo stesso Ron Gilbert ha praticamente smentito questa interpretazione:

<Flirbnic> There are a lot of theories about what the Secret of Monkey Island is…
<Flirbnic> [...]
<Flirbnic> And there is another theory that it’s all just a dream that a little boy (Guybrush) was having while in a ride imilar to the Pirates of the Caribbean thing…
<Flirbnic> Which of these is closest to the Secret of Monkey Island?
<Ron-G> Cold, cold and cold.
<Ron-G> One is closer than the others…but not much.
<Flirbnic> Which one?
<Ron-G> the other one.

Insomma: il segreto di Monkey Island è qualcosa di vagamente simile, ma non è questo.

Quale, allora? Ne parlerò nel prossimo post :)

Postato da Fabio Vento in Arte e Memorabilia - Commenti

Una Google Map con le risorse per vegetariani a Palermo

Me ne accorgo giorno dopo giorno e ne sono lieto: a Palermo i vegetariani come me sono tanti, e ancora più, forse, sono quelli che simpatizzano per l’idea e meditano di “fare il passaggio”. Non mi dilungo sui tanti e ottimi motivi che stanno alla base di questa (in apparenza) drastica “virata” alimentare (ci sono tanti siti, come Sai cosa mangi?, che li illustrano a dovere): mi limito a dire che in una città come la nostra, dove il tema ha ancora scarsa “presa” sociale, trovare risorse adeguate può costare tempo e fatica. Dove andare a cena con la certezza di un pasto completo? Dove trovare prodotti “su misura”? Senza contare l’”insidioso” strutto, quel grasso di maiale che dalle nostre parti è usato spesso nella lievitazione di pane e dolci.

La verità è che di risorse veg-friendly a Palermo ce ne sono tante, ma le informazioni girano in modo frammentario attraverso il “passaparola”: è più utile che mai, qui, uno sforzo collaborativo. La Palermo Vegetariana è un progetto (rigorosamente no-profit) che nasce su Facebook e approda al web, con l’obiettivo di raccogliere in una mappa Google tutti i luoghi di interesse per chi a Palermo è vegetariano o medita di diventarlo. Ristoranti e rosticcerie con menu adeguati, dunque, ma anche negozi ed erboristerie che vendono tofu e seitan (i noti “succedanei” della carne), e, non ultimo, panifici e pasticcerie che non fanno uso dello strutto nella preparazione dei prodotti.

La mappa raccoglie già alcune decine di riferimenti verificati, grazie alle segnalazioni degli utenti dei gruppi Facebook Vegetariani e Vegani Sicilia e Vegetariani di Palermo. Questi gruppi sono aperti a chiunque voglia condividere la propria esperienza di vegetariano/vegano nella nostra città, o semplicemente informarsi e fare nuove amicizie; è possibile comunque contribuire senza essere utenti del social network, basta un’e-mail.

Vi aspettiamo :)

(crosspostato su Rosalio)

Postato da Fabio Vento in Eco - Commenti

La città dove tutto ha un prezzo

Oggi ho scritto su Balarm un pezzo sulla chiusura dello storico cinema Lubitsch di Palermo. L’ho commentato, pure:

Esco dai panni di redattore per dire la mia. Quando, poche settimane fa, il Laboratorio Zeta è stato sgomberato, ricordo fior di proclami dalle segreterie politiche, consiglieri comunali sui tetti, collettivi in rivolta.

Adesso, dopo lunga agonia, chiude il Lubitsch che di attività culturale ne ha fatta almeno altrettanta (e, aggiungo, pagando qualche tassa in più e con maggiore rispetto della legge) e persiste il silenzio di un disinteresse che dura da anni.

Benvenuti a Palermo, la città dove tutto è politica e dove tutto ha un prezzo.

Postato da Fabio Vento in Palermo e Sicilia - Commenti