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Il blog di Fabio Vento

Archivio della categoria 'Arte e Memorabilia'

Il Segreto di Monkey Island: teorie a confronto (1 di 3)

Monkey Island: teorie a confronto

Non mi sembra vero: sono trascorsi vent’anni dall’uscita di The Secret of Monkey Island e del suo seguito, LeChuck’s Revenge. Due storici videogiochi adventure che al tempo feci “girare” su Amiga 500.

The Secret of Monkey Island (in italiano Il Segreto di Monkey Island) è il primo capitolo della saga di Monkey Island ed è stato prodotto nel 1990 da LucasArts (allora ancora LucasFilm). Qui compare il protagonista assoluto di tutta la serie, Guybrush Threepwood, un giovane dal passato oscuro che giunge su una piccola isola dei Caraibi, l’isola di Mêlée, con un sogno da realizzare: diventare un pirata. Il gioco, permeato da una forte vena umoristica, è stato ideato da Ron Gilbert, con l’aiuto di Tim Schafer e Dave Grossman: gli stessi tre autori realizzeranno anche il seguito, Monkey Island 2: LeChuck’s Revenge.

(fonte: Wikipedia)

Altri episodi sono usciti nel corso degli anni, via via più evoluti man mano che la tecnologia progrediva, fino al recentissimo Tales of Monkey Island… ma senza la mano creativa di Ron Gilbert, che nei primi anni ‘90 lasciò la compagnia per fondare una sua impresa. E più o meno tutti sono concordi nel ritenere che il fascino dei primi due capitoli della saga non sia stato mai eguagliato.

In cosa sta questo fascino? Beh, non soltanto nella trama avvincente e ricca di trovate, nei personaggi ben caratterizzati, nella raffinatissima colonna sonora: non soltanto, in due parole, nelle qualità tecniche per l’epoca eccellenti. E neppure sta soltanto nell’atmosfera capace di “catturare” e coinvolgere.

Sta più, direi, in qualcosa che non è facile definire, in quella cifra di “follia” e ingenuità che è la stessa materia di cui sono fatte le fiabe. In Guybrush, quello schivo ragazzo “venuto dal nulla” che al grido di “voglio diventare un pirata” si scontra con un’umanità sorniona e indifferente, c’è un pò un archetipo, c’è l’immagine senza tempo della giovinezza, con la sua esuberante ingenuità. In quella silhouette “sgranata” e poco definita, figlia della “primitiva” grafica VGA, era facile identificarsi…

The Secret of Monkey Island

E parlando di genio e di follia… come dimenticare l’enigmatico finale di Monkey Island 2? Il gioco si chiude su una scena di difficile lettura, che ancora oggi anima dibattiti in rete: il successivo episodio, The Curse of Monkey Island, ne dà un’interpretazione, ma probabilmente non è quella concepita da Ron Gilbert. Che non rivelò mai a nessuno i progetti per il “suo” terzo capitolo di quella che aveva concepito come una trilogia.

Finale di Monkey Island 2

Questo terzo episodio “mai realizzato” avrebbe dissipato ogni dubbio e, insieme, risposto a una domanda: qual’è il segreto di Monkey Island? E’ un mistero a cui si accenna fin dalla prima avventura, ma che non viene mai rivelato: è forse legato a questa scena finale?

Sta di fatto che, per dichiarazione dello stesso Gilbert, nei primi due Monkey Island sono disseminati una serie di indizi che possono portare vicino alla soluzione.

Bene: nei prossimi due post, ovviamente rivolti a chi i due episodi li ha gocati, passerò al vaglio le risposte che gli utenti del web hanno offerto a questi due “enigmi”… e infine esporrò la mia! :)

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Roy Lichtenstein: il fumetto infinito

Roy Lichtenstein: il fumetto infinito

Parliamo del fumetto popolare. In cosa è diverso da altri media, come il cinema o la fotografia? Di certo nel fatto che è, semplicemente, narrazione.

Nel comic book di massa nessuna immagine è importante di per sè stessa: ciò che conta è il flusso di lettura si svolga senza intoppi, che ciascuna vignetta porti alla successiva in un intreccio complessivo. Raramente in un singolo panel c’è del sottinteso, c’è una profondità, c’è spessore.

Roy Lichtenstein il fumetto l’ha portato sulla tela del quadro, e nel farlo l’ha decostruito, l’ha reso “altro”. La maggior parte delle sue opere è una singola vignetta, dipinta in grande formato. Un frammento di storia sciolto dal suo contesto, dal flusso narrativo, reso pregnante di per sè stesso.

Non c’è dovizia di particolari: l’immagine, rozza e approssimativa, è più o meno la stessa che troveremmo in un racconto a fumetti. Ma nel suo isolamento diventa piena, intensa, gode dell’immaginazione: istintivamente evochiamo un contesto, un “prima” e un “poi”, una successione di vignette in cui immergere questo istante. E, senza rendercene conto, costruiamo una narrazione che è “nostra” e insieme universale.

Individuale e universale insieme: non è, questo, uno dei caratteri dell’Arte?

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Catcerto

Si può costruire un’orchestra attorno a un pianista… gatto? Il compositore lituano Mindaugas Piečaitis è convinto di sì… :)

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La luce verde

Boat, da http://juliasteinmeyer.deviantart.com

E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy.

Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte.

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’é sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia … e una bella mattina…

Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.

Da Il Grande Gatsby di F.S. Fitzgerald, 1925.

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Quando Garfield non fece ridere…

Garfield - Strips 23-28 ottobre 1989

Dalle strips di Garfield, 23-28 ottobre 1989. Click per ingrandire!

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Percorsi nel vintage / 7

Tazze "vintage"

Questo delizioso set di tazze “vintage” l’ho preso pochi mesi fa da Helg (viale Emilia).

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Theseus’ Flight: arte contemporanea a Roma

Ricevo da Simona e volentieri pubblico questo comunicato stampa: una mostra d’arte che si svolgerà nei prossimi giorni a Roma. Tutti i lettori di questo blog sono invitati :)

Thesus’ Flight - Mostra d’arte contemporanea: perché Teseo abbandonò Arianna

Justin Bradshaw, pittore londinese stabilitosi in Italia nel ’94, introdotto nel mondo artistico da Maurizio Fagiolo Dell’arco, espone dal 19 al 22 novembre, nella sala Margana in Roma la personale “Thesus’ Flight”, secondo capitolo di un percorso pittorico iniziato lo scorso ottobre nelle sale del Castello Ruspoli (VT) con “L’Anima Ferita”.

Dopo il progetto “L’Anima Ferita”, dove Arianna, abbandonata, si immerge nei suoi lamenti, percorrendo le fasi del suo dolore, Teseo fugge liberato dal suo carico amoroso. La fuga lo porta a Roma, ed i dipinti romani di questa mostra sono intesi come una esplorazione clinica delle molteplici facciate della città, una visione celebrale da contrapporre allo stato emotivo di Arianna.

La dimensione ridotta dei dipinti da 10cm di altezza fino a 30cm e l’unione tra immagine e parola, contraddistinguono le opere di Justin, che a Roma saranno accompagnate dalla soprano Valeria Villeggia ed il liutista Simone Colavecchi che eseguiranno alcuni madrigali del repertorio barocco.

Thesus’ Flight 19-22 novembre, dalle 14 alle 19
concerto barocco 20 novembre

Inaugurazione: 19 novembre ore 18.30

Sala Margana, Piazza Margana 41, 00186 Roma
Ingresso libero

Ufficio stampa: Fochetti Federica, cell: 328/0308468 - e-mail: fochettifederica@libero.it.

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Back to… adventure!

Mentre la saga di Monkey Island conquista un nuovo capitolo (grazie ai tipi di Telltale Games, “profughi” della Lucasarts che fu), in questi giorni rinverdisco allegramente la mia passione per gli adventure grazie ai giochi free del catalogo di Adventure Game Studio :)

Tales of Monkey Island

Si tratta di un tool che consente di creare con facilità avventure “punta-e-clicca” con le vecchie interfacce VGA Lucasarts e Sierra. Tra le tante creazioni “apocrife” dei fan, mi permetto di segnalare i due remake della saga King’s Quest, e le (infinite) puntate di Maniac Mansion Mania!

Maniac Mansion

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Le ragioni dell’oca

Tante strade diverse possono portare al vegetarismo e alla scelta di lottare per i dirtti degli animali. Se dovessi “classificarmi” secondo la distinzione che Tom Regan fa in Gabbie Vuote, potrei definirmi un “damasciano”. Piuttosto che da un’innata empatia verso gli animali, è nato tutto da una “folgorazione”: un pò come Saul sulla via di Damasco.

In realtà, niente di complicato. Semplicemente il riconoscere che la carne non è materia inerte, ma cadavere: corpo di un animale che è stato, che ha vissuto. Tutto qui: più che il mio sentimento è stata la mia ragione a muoversi, squarciando un preconcetto. O, come direbbe uno specialista, una “rimozione psicologica”.

Però è stato proprio iniziando a rispettare gli animali che ho iniziato a conoscerli meglio… e ad amarli, senza distinzioni di specie e di razza. Vorrei poter dire, come è stato per me, che basti fermarsi un attimo a osservare gli animali per rendersi conto della loro bellezza, del loro essere “perfetti” e “completi”, proprio come noi. Per cogliere col cuore, e non soltanto con la mente, il valore della loro vita. Ma servirebbe a poco, ogni esperienza è “a sè”.

Però c’è un sonetto che rileggo spesso, mi piace perchè “ribalta” davvero la nostra prospettiva:

Penso e ripenso: - Che mai pensa l’oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:
né certo sogna d’essere mortale
né certo sogna il prossimo Natale
né l’armi corruscanti della cuoca.

- O papera, mia candida sorella,
tu insegni che la morte non esiste:
solo si muore da che s’è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Ché l’esser cucinato non è triste,
triste è il pensar d’esser cucinato.

Guido Gozzano, “I sonetti del ritorno” (1911)

E qui cedo la parola alla blogger Attaccabottone che me l’ha fatto conoscere:

Avete mai osservato un’oca mentre fa il bagno? No, non quando galleggia placida sull’acqua, ma proprio mentre si lava energicamente, inzuppandosi come una spugna.

È uno spettacolo buffissimo: il caro palmipede allarga le ali e le sbatte sulla superficie, sollevando nuvole di spruzzi; incurva il collo e lo tuffa sott’acqua, usandolo come una paletta per rovesciarsi l’acqua sulla schiena; si immerge completamente e si capovolge, rimanendo con le zampe all’insù, per poi agitarsi a più non posso e riaffiorare con le penne tutte spettinate. Dà veramente l’impressione di divertirsi un mondo e di essere perfettamente felice.

È a partire da questa impressione che Gozzano, con la semplicità e l’immediatezza che lo contraddistinguono, si trova a riflettere sul tema del pensiero e del tempo. Il risultato è un delizioso sonetto, incentrato sulla differenza che corre fra il modo umano e quello animale di affrontare la morte (e, di conseguenza, la vita).

L’oca non ha la facoltà del pensiero, almeno non come la intendiamo noi, e non è in grado di concepire la morte. Diversamente dall’uomo, non è consapevole di avere una fine. Mentre starnazza allegramente alla riva del canale non sospetta nemmeno che le “armi corruscanti della cuoca” sono pronte a farla diventare il piatto principale del pranzo natalizio (da notare la rima fra “Natale” e “mortale”, nella quale si consuma un’altra fondamentale differenza fra uomo e animale, dal momento che la festività, giorno di nascita e gioia per il primo, è per il secondo un giorno di morte).

Questo limite insito nella sua natura non deve però farci considerare l’oca un essere stupido e inferiore. Se ci convinciamo di questo, ci avverte Gozzano, commettiamo un errore molto sciocco: così facendo infatti non ci accorgiamo che ciò che ci rende mortali (e infelici) è proprio la consapevolezza di esserlo. “Solo si muore da che s’è pensato”, ed è l’oca stessa a insegnarcelo, con la sua pura e serena voglia di vita (non vi vengono in mente “i sereni animali che avvicinano a Dio” di Saba?).

La pennuta creatura non ha neppure la cognizione del tempo: non ha memoria del passato, e tantomeno sa di avere un futuro. Vive solo nel presente. La sua vita è ogni istante, e in un certo senso in ciascuno di questi istanti è eterna. Può essere così giocosa proprio perché non è cosciente del destino che l’attende. Se lo fosse non starebbe sguazzando festosa né giubilando al tramonto, e non avrebbe quindi quelle caratteristiche che il poeta osserva in lei con meraviglia e invidia.

Invidia, sì: è forte il desiderio di assomigliarle, di essere capace di godersi ogni attimo senza rimpianti o rimorsi verso ciò che è stato e senza incertezze e paure per ciò che sarà. Non possiamo essere anche noi liberi e spensierati, come quest’oca?, sembra chiedersi Gozzano con tristezza e un pizzico di rabbia. No, non possiamo. Per il banalissimo fatto che noi non siamo oche: se per noi è difficile rassegnarci alla morte sorridendo, ancora di più lo è rassegnarci sorridendo alla vita.

(crosspostato su LAV Palermo)

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Percorsi nel vintage / 6

Delizioso il nuovo spot della Fiat 500C, che per l’occasione richiama l’eredità dello “storico” modello originale :)

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La foglia gialla

Guardi tutto,
meravigliato, sei
da non molto nato.
- Quello è un filo
Ignazio e chi lo muove
è il vento.
- Vento?
- Sì vento cosa fai dormi?
- Sì mi addormento.

La guardi con gli occhi spalancati
la credi una farfalla
invece è l’autunno giallo
e lei è una foglia gialla.

- Voi gatti di razza
siete complicati strani
meglio i tuoi predecessori
soriani.
- Mi hai offeso me ne vado
in un’altra stanza.
(Sua Gattità esce come rimostranza).

Da “Poesie per un gatto” di Vivian Lamarque, Mondadori.

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Percorsi nel vintage / 5

Direttamente dal mio soggiorno milanese, due nuovi acquisti “vintage”!

Il primo è una locandina di una mostra su Andy Warhol, “protagonista” la sua Liz Taylor: l’ho comprato alla Fondazione Antonio Mazzotta (foro Buonaparte).

Andy Warhol: Liz Taylor

Il secondo è un bellissimo calendario della Barilla, che riprende un manifesto di Giuseppe Venturini del 1950. E’ solo una delle tante chicche “vintage” della Libreria Concessionaria Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Galleria Vittorio Emanuele II).

Calendario vintage della Barilla

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Percorsi nel vintage / 4

Non ho resistito: l’ipnotico design Space Age degli speakers Scandyna Micropod SE Active mi ha intrigato fin dall’istante in cui li ho scorti sullo scaffale di un noto negozio di Palermo.

Esistono in varie colorazioni, ma per me la scelta era solo una: bianchi! :)

Scandyna Micropod SE Active

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Percorsi nel vintage / 3

Il mio ultimo acquisto “vintage” è un orologio da polso Cheapo che ricorda un pò (con quell’arancione acceso) l’elettronica di consumo anni ‘70-’80!

Grazie a RetroToGo per il consiglio ;)

Orologio Cheapo

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Wall-E

Il momento più bello è quando il capitano riesce a disattivare l’intelligenza artificiale del “pilota automatico” e con un semplice gesto ricorda (anche a noi) che era soltanto un timone. Per un attimo, insieme a lui, realizziamo che la tradizione dei capitani di mare non è morta, che anche in un futuro ipertecnologico viaggiare nello spazio può essere come navigare.

Wall-E

Wall-E non scontenta nessuno semplicemente perchè riprende a piene mani l’essenza Disney, quella che diverte i piccoli e appassiona i grandi. Un film più denso e sofisticato di altri, ma più di altri capace di parlare il linguaggio universale dei sentimenti.

Più di altri, certamente, un film visuale. Forse per la prima volta il 3D esce dal proprio “ghetto” di genere e fa proprie la fotografia, le sfumature, la composizione dell’immagine delle pellicole classiche. Proprio dal character design si compone una delle “chiavi di lettura” della pellicola.

In Wall-E ed EVE, nel loro aspetto ancor prima che nelle loro azioni, si confrontano due diverse proiezioni dell’immaginario tecnologico: laddove il primo rispecchia le promesse della fantascienza “ottimista” e ingenua degli anni ‘70-’80, la seconda è figlia della tecnologia contemporanea e della sua pretesa di perfezione estetica.

Se allora per Wall-E la somiglianza con il robot Jhonny 5 del film Corto Circuito non è casuale, il design di EVE va identificato, più che con le forme accoglienti della Space Age anni ‘70, con i rivestimenti patinati dei moderni iPod.

Meccanico ed elettronico, relais e circuiti, Commodore ed Apple. Ed è bello che sia il primo a cambiare il secondo, in attesa che arrivi l’uomo a riprendere le redini. L’uomo che, pur nell’incubo tipicamente cyberpunk di una tecnologia pervasiva ed anticipatrice dei bisogni, rivela di non aver perso l’attaccamento alla propria terra, alle proprie radici.

Ma Wall-E è bello da vedere anche per chi, magari per motivi anagrafici, tutto ciò non può coglierlo. Mi torna in mente un paragrafo da “Le anime disegnate” di Luca Raffaeli, dedicato al coniglietto Thumper del film Bambi:

Nel pronunciare quest’ultima frase, il coniglietto è a figura intera sullo schermo, e la scena è tutta sua. Una fiducia ben riposta perchè l’animatore Milt Kahl riesce a compiere uno dei suoi capolavori. In sedici secondi di filmato si possono contare ben undici diverse espressioni del coniglietto, difficili da elencare per come si fondono l’una nell’altra, ritornano, si nascondono, per poi emergere di nuovo. Le indicazioni, per il giovane attore Peter Behn che dava la voce al personaggio, erano: “Thumper comincia a parlare come meccanicamente, poi si ferma a pensare rigido”. Nell’animazione di Johnston il coniglietto respira prima di cominciare a rispondere, in un’evidente atteggiamento di frustrazione, e inizia a far ruotare il piedone sinistro, com’è sua abitudine nei momenti di agitazione. Poi chiue gli occhi e spinge in fuori il musetto per far uscire la lezioncina che il padre gli ha dettato. Qui c’è la pausa, in cui sembra che Thumper non ricordi più nulla, alza gli occhi al cielo come a cercare il resto della frase, poi ricomincia a parlare abbassandosi verso terra con le orecchie all’ingiù e lo sguardo volto timidamente verso la madre, a cercare il suo sosegno. Quando sta per terminare le rivolge direttamente lo sguardo gonfiando il petto d’orgoglio. Per un attimo poi gli balza alla mente che quella che sta subendo è in effetti un’umiliazione bella e buona. Allora il petto si sgonfia e Thumper assume con tutto il corpo una posizione imbronciata, e allo stesso tempo di sottomissione. Si rialza e torna ad asnnusare l’aria (e quindi a fare il normale coniglietto) quando l’attenzone si sposta su Bambi. Ripeto: tutto questo in soli 16 fantastici secondi. Da notare peraltro le orecchie di Thumper: in tutti i passaggi descritti si muovono in modo da sottolineare le espressioni del coniglietto, facendo anche da contrappeso e dunque offrendo al personaggio tutto l’equilibririo e la solidità necessaria alla credibilità, della quale Disney tanto si raccomandava. Come si può far di più?

Beh, come non dire lo stesso dei gesti, delle espressioni, dell’umanità di Wall-E?

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