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Il blog di Fabio Vento

Archivio della categoria 'Arte e Memorabilia'

Due “chicche” di Andrea Pazienza

I fumetti di Andrea Pazienza sono un caleidoscopio di segni divergenti. Tutto può cambiare da una vignetta alla successiva: i personaggi possono essere ora “realistici”, ora caricaturali; i disegni ora essenziali, ora dettagliati; il tratto ora fine, ora grossolano. Perchè lo stile, anzi il passaggio da uno stile all’altro, fa parte integrante della sua arte e della sua narrazione.

E’ così che ogni tanto, nel mezzo di una storia, fanno capolino dei piccoli capolavori inattesi:

(da “Zanardi: Lupi”)

(da “Zanardi: La prima delle tre”)

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Claude Monet e quel tocco di rosso

Questo dipinto di Claude Monet, “Il giardino dell’artista ad Argenteuil”, l’ho tenuto per molto tempo nella mia stanza.

Mi piace pensare – forse un pò ingenuamente – che il pittore l’abbia tracciato per cerchi concentrici. Che abbia dapprima distribuito i suoi leggeri tocchi ai bordi della tela, per poi avvicinarsi lentamente al centro. Facendo attenzione a tratteggiare in modo uniforme i colori della natura.

E mi piace pensare che, una volta giunto al cuore dell’immagine, abbia voluto chiudere con un guizzo d’artista, rischioso e totale. Quel grappolo di fiori che si staglia in primo piano trasgredisce l’equilibrio dei colori, è di un unico pigmento rosso fuoco. Forse sono delle rose.

Forse, avrà intuito Monet con un sorriso sulle labbra, di rosso e di amore nella vita non ce n’è mai abbastanza.

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Ricordando i Matia Bazar…

Oggi i Matia Bazar sono un discreto gruppetto che cerca di stare ai tempi… ma negli anni ‘70 e ‘80, con Antonella Ruggiero alla voce, seppero inventare uno stile.

Le loro canzoni di allora possono apparire un pò datate… ma a me hanno sempre fatto sognare :)

Postato da Fabio Vento in Arte e Memorabilia, Musica - Commenti

Arabia

La sua immagine mi accompagnava anche nei posti più negati al romanticismo. Il sabato sera, quando la zia andava al mercato, dovevo andarci anch’io per aiutarla a portare un po’ di pacchetti. Camminavamo per le strade illuminate tra gli spintoni di uomini ubriachi e di donne che contrattavano, tra le bestemmie dei manovali, le stridule cantilene dei garzoni di guardia ai barili di carne di maiale in salamoia, la voce nasale dei cantastorie che intonavano inni su O’Donovan Rossa e ballate sui moti patriottici. Ma tutti questi rumori convergevano in un’unica sensazione di vita per me: immaginavo di portare il mio calice in salvo attraverso una schiera di nemici. Il suo nome, a volte, mi saliva alle labbra in strane preghiere e lodi che non capivo; avevo spesso gli occhi pieni di lacrime (senza sapere perché) e a volte l’ondata tumultuosa che si sprigionava dal mio cuore sembrava che mi si riversasse in petto. Pensavo poco al futuro. Non sapevo se avrei mai trovato il coraggio di rivolgerle la parola e, nel caso lo avessi fatto, come avrei potuto esprimerle la mia confusa adorazione. Ma il mio corpo era come un’arpa e i gesti di lei come le dita che scorrono sulle corde. [...]

Finalmente mi parlò. Quando mi rivolse le prime parole, mi sentii cosi confuso da non sapere cosa rispondere. Mi aveva chiesto se sarei andato all’Arabia. Non ricordo se risposi sì o no. Era uno splendido bazar; le sarebbe piaciuto andarci, disse.
«E perché non ci vai?» chiesi.
Mentre parlava si rigirava un braccialetto d’argento intorno al polso. Non poteva andarci, rispose, perché‚ ci sarebbe stato un ritiro nel suo convento, quella settimana. Suo fratello e due altri ragazzi stavano cercando di portarsi via i berretti, e io ero solo vicino al cancello. Teneva con una mano una delle sbarre, mentre chinava la testa verso di me. La luce del lampione di fronte si posava sulla candida curva del suo collo, le illuminava i capelli che le ricadevano immobili sulla nuca e, più in basso, cadeva sulla mano posata sulla sbarra. Battendo di lato sul vestito, colpiva l’orlo bianco della sottana che la posa trascurata lasciava intravedere.
«Beato te che puoi andarci!» disse.
«Be’, se ci vado, ti porterò qualcosa» risposi.

Dal racconto “Arabia” di Gente di Dublino di James Joyce, 1914. Foto di DesigningDivas.

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Il Segreto di Monkey Island: teorie a confronto (2 di 3)

Qual’è il segreto di Monkey Island, il vero segreto concepito da Ron Gilbert di cui si parla fin dal primo capitolo dell’omonima saga… ma che non viene mai rivelato?

Questo post e il successivo sono rivolti a chi ha terminato The Secret of Monkey Island e LeChuck’s Revenge… lo sconsiglio a tutti gli altri: capirebbero poco e si rovinerebbero l’esperienza (ancora praticabile, grazie ai tanti emulatori come DOSBox) di due splendidi giochi d’avventura :)

Bene, iniziamo col prendere in esame alcuni indizi dati da Gilbert stesso in un paio di interviste anni fa:

<Dalixam> Hi Ron, glad to meet you :) The secret of Monkey Island is probably the most well kept secret ever. Can it actually be seen/found in MI1 or MI2? I’m not asking you to reveal it :)
<Ron-G> Yes, if you really look at what’s going on, you might be able to come close.
<Ron-G> There are a lot of jokes, that aren’t really jokes.

[...] you’ll see when you play that there are a lot of anachronisms, like the vending machine at Stan’s used ship yard. They’re there to add humor to the game of course, but they also have a secret, deeper relevance to the story – but I’m keeping that secret for the sequel.

Sembra che il segreto sia legato ai tanti anacronismi che attraversano la saga. Il distributore di Grog al negozio di Stan nel primo episodio o gli operai in tuta (con tanto di camion) nel secondo, sono parte integrante del microcosmo dei Caraibi dei diciottesimo secolo e nessuno sembra stupirsi della loro presenza.

Forse è solo una trovata umoristica, forse no. Forse sono veri e propri indizi: nel mondo di Monkey Island non tutto è come sembra.

E questo ci porta direttamente alle sequenze finali di Monkey Island 2… rivediamole insieme, a partire da quando Guybrush trova il tesoro di Big Whoop:

La teoria più popolare sul segreto di Monkey Island si ricollega proprio a questi due punti: gli anacronismi e il finale. Sostiene che l’intera vicenda dei due giochi, fino alla sconfitta di LeChuck, sia la proiezione immaginaria di un bambino.

Riepilogando: siamo nel nostro presente. Una mattina Guybrush e famiglia si recano a un parco divertimenti a tema “piratesco”, proprio come il giro in barca Pirates of the Caribbean dei parchi Disney. Il bambino se ne appassiona al punto da immaginare un mondo dove quei colorati personaggi hanno vita reale, dove anche lui può diventare un pirata. Nella sua ingenutà inserisce elementi anacronistici dei nostri tempi. Perde di vista i genitori, che mandano sulle sue tracce il fratello maggiore Chuckie. Guybrush lo vede arrivare e, forse per rivalità, ne fa il suo arcinemico, LeChuck. Fino al momento in cui la maschera cade e il bambino ritorna al mondo reale.

Questa teoria è avvalorata da diversi indizi, ne citerò soltanto alcuni. In The Secret of Monkey Island:

  • All’inizio del gioco, Guybrush appare su Mêlée Island senza nessuna spiegazione: da dove viene? Com’è arrivato lì?
  • L’avvertimento della Voodoo Lady: «Ciò che scoprirai su te stesso e sul tuo mondo ti sconvolgerà»
  • Le t-shirt vinte nella “caccia al tesoro” e per la “maestria nella spada”, che sono un tipico premio dei giochi dei parchi divertimenti

In LeChuck’s Revenge:

  • Ancora la Voodoo Lady: «Il tesoro di Big Whoop contiene il segreto per un altro mondo (leggi: il mondo reale). Trovalo e potrai sfuggire per sempre a LeChuck»
  • I tunnel di Phatt Island (che attraversano una collina) e Dinky Island (che sono sotterranei e riportano addirittura su Mêlée) ricordano quelli realmente usati dal personale dei parchi Disney per depositare merce e strumenti e spostarsi velocemente da un posto all’altro
  • Appaiono i genitori di Guybrush, sotto forma di scheletri: la prima volta Guybrush li accusa di “averlo abbandonato”, la seconda volta li troviamo sotto un cartello “Lost parents”
  • La stretta somiglianza fra l’ingresso del Big Whoop Entertainment Park e il porticciolo di Booty Island

Quindi, il segreto di Monkey Island pare essere semplice: il mondo di Monkey Island è un mondo di fantasia. Su YouTube c’è un ottimo “documentario” di andygeers sul tema:

E qui tutto filerebbe liscio, se non fosse per alcuni particolari.

Anzitutto, gli occhi “maligni” di Chuckie che nell’ultima scena sprigionano energia. Come a dire che lui è ancora LeChuck. E poi Elaine, che dopo i titoli di coda riappare su Dinky Island chiedendosi se Guybrush non sia sotto l’effetto di un sortilegio…

Senza contare che lo stesso Ron Gilbert ha praticamente smentito questa interpretazione:

<Flirbnic> There are a lot of theories about what the Secret of Monkey Island is…
<Flirbnic> [...]
<Flirbnic> And there is another theory that it’s all just a dream that a little boy (Guybrush) was having while in a ride imilar to the Pirates of the Caribbean thing…
<Flirbnic> Which of these is closest to the Secret of Monkey Island?
<Ron-G> Cold, cold and cold.
<Ron-G> One is closer than the others…but not much.
<Flirbnic> Which one?
<Ron-G> the other one.

Insomma: il segreto di Monkey Island è qualcosa di vagamente simile, ma non è questo.

Quale, allora? Ne parlerò nel prossimo post :)

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“I ricordi dell’anima” di Chiara Taormina

"I ricordi dell'anima" di Chiara Taormina

(fare click sull’immagine per info sul libro)

Il miracolo della Natura, quello che non è dato cogliere se non con uno scatto, uno slancio, un’epifania: ecco cosa si respira negli haiku di Chiara Taormina. Questo genere letterario, originario del Giappone del XVII secolo, si è propagato in tutto il mondo e ha vissuto tante epoche: ci sono poeti nelle cui mani si è trasformato in vera e propria finezza enigmistica, di difficile interpretazione.

Nei versi di Chiara, l’haiku ritorna alle origini, al vivido, diretto contatto con le emozioni del creato. E se nel componimento tradizionale il riferimento stagionale è confinato al terzo verso, qui la cesura si ricompone in una sola frase, un tratto unico dove le immagini della Natura fanno capolino fin dal primo verso. Nulla si perde, però, del non detto, del sospeso che si cela fra le righe, e che sta al lettore riempire con le proprie impressioni, con le proprie stagioni.

C’è e non c’è, la scrittrice: in realtà, come un pittore in procinto di realizzare un nuovo dipinto, si limita alla scelta del soggetto, sospinta dal proprio istinto, dagli odori, dai rumori. Dopodiché si fa volutamente da parte, offre al lettore i suoi occhi perché siano gli occhi dell’uomo, anzi del bambino. Perché senza filtri colgano i colori, le ombre, i chiaroscuri, i piccoli miracoli celati in un attimo.

Nelle Poesie, invece, è Chiara Taormina che parla, e parla di sè. Degli haiku conserva l’ermetismo, l’immediatezza, ma stavolta lo sguardo parte da dentro: la Natura non è più immagine lontana, cifra di un enigma contemplativo, ma ambiente, culla, porto che accoglie la protagonista e fa eco alle sue passioni. Anche qui c’è qualcosa fra le righe, appena dietro gli angoli: la malinconia che tanto accarezza il ricordo sfumato («La solitudine / rincorre / l’esistenza / stringendo il corpo / in un abbraccio / di rovi») è solo apparentemente rassegnata, presto cede il passo al sussurro della sorpresa di là da venire, al richiamo di un futuro che potrebbe ancora offrire la pace tanto bramata: «L’anima le sfugge / riparandosi / in un cielo / senza orizzonte».

(pubblicato anche su Libri e Scrittori)

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Il Segreto di Monkey Island: teorie a confronto (1 di 3)

Non mi sembra vero: sono trascorsi vent’anni dall’uscita di The Secret of Monkey Island e del suo seguito, LeChuck’s Revenge. Due storici videogiochi adventure che al tempo feci “girare” su Amiga 500.

The Secret of Monkey Island (in italiano Il Segreto di Monkey Island) è il primo capitolo della saga di Monkey Island ed è stato prodotto nel 1990 da LucasArts (allora ancora LucasFilm). Qui compare il protagonista assoluto di tutta la serie, Guybrush Threepwood, un giovane dal passato oscuro che giunge su una piccola isola dei Caraibi, l’isola di Melée, con un sogno da realizzare: diventare un pirata. Il gioco, permeato da una forte vena umoristica, è stato ideato da Ron Gilbert, con l’aiuto di Tim Schafer e Dave Grossman: gli stessi tre autori realizzeranno anche il seguito, Monkey Island 2: LeChuck’s Revenge.

(fonte: Wikipedia)

Altri episodi sono usciti nel corso degli anni, via via più evoluti man mano che la tecnologia progrediva, fino al recentissimo Tales of Monkey Island… ma senza la mano creativa di Ron Gilbert, che nei primi anni ‘90 lasciò la compagnia per fondare una sua impresa. E tutti sono concordi che il fascino dei primi due capitoli della saga non sia stato mai eguagliato.

In cosa sta questo fascino? Beh, non soltanto nella trama avvincente e ricca di trovate, nei personaggi ben caratterizzati, nella raffinatissima colonna sonora: non soltanto, in due parole, nelle qualità tecniche per l’epoca eccellenti. E neppure sta soltanto nell’atmosfera capace di “catturare” e coinvolgere.

Sta più, direi, in qualcosa che non è facile definire, in quella cifra di follia e ingenuità che è la stessa materia di cui sono fatte le fiabe. In Guybrush, quello schivo ragazzo venuto dal nulla che al grido di “voglio diventare un pirata” si scontra con un’umanità sorniona e indifferente, c’è un pò un archetipo, c’è l’immagine senza tempo della giovinezza, con la sua esuberante ingenuità. In quella silhouette poco definita, figlia della primitiva grafica VGA, era facile identificarsi…

The Secret of Monkey Island

E parlando di genio e di follia… come dimenticare l’enigmatico finale di Monkey Island 2? Il gioco si chiude su una scena di difficile lettura, di cui ancora oggi si parla in rete: il successivo episodio, The Curse of Monkey Island, ne dà un’interpretazione, ma probabilmente non è quella concepita da Ron Gilbert. Che non rivelò mai a nessuno i progetti per il “suo” terzo capitolo di quella che aveva concepito come una trilogia.

Finale di Monkey Island 2

Questo terzo episodio mai realizzato avrebbe dissipato ogni dubbio e, insieme, risposto a una domanda: qual’è il segreto di Monkey Island? E’ forse legato a questa scena finale?

Sta di fatto che, per dichiarazione dello stesso Gilbert, nei primi due Monkey Island sono disseminati una serie di indizi che possono portare vicino alla soluzione.

Bene: nei prossimi due post (ovviamente rivolti a chi i due episodi li ha gocati) passerò al vaglio le risposte che gli utenti del web hanno offerto a questi due enigmi… e infine dirò la mia! :)

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Roy Lichtenstein: il fumetto infinito

Roy Lichtenstein: il fumetto infinito

Parliamo del fumetto popolare. In cosa è diverso da altri media, come il cinema o la fotografia? Di certo nel fatto che è, semplicemente, narrazione.

Nel comic book di massa nessuna immagine è importante di per sè stessa: ciò che conta è il flusso di lettura si svolga senza intoppi, che ciascuna vignetta porti alla successiva in un intreccio complessivo. Raramente in un singolo panel c’è del sottinteso, c’è una profondità, c’è spessore.

Roy Lichtenstein il fumetto l’ha portato sulla tela del quadro, e nel farlo l’ha decostruito, l’ha reso “altro”. La maggior parte delle sue opere è una singola vignetta, dipinta in grande formato. Un frammento di storia sciolto dal suo contesto, dal flusso narrativo, reso pregnante di per sè stesso.

Non c’è dovizia di particolari: l’immagine, rozza e approssimativa, è più o meno la stessa che troveremmo in un racconto a fumetti. Ma nel suo isolamento diventa piena, intensa, gode dell’immaginazione: istintivamente evochiamo un contesto, un “prima” e un “poi”, una successione di vignette in cui immergere questo istante. E, senza rendercene conto, costruiamo una narrazione che è “nostra” e insieme universale.

Individuale e universale insieme: non è, questo, uno dei caratteri dell’Arte?

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Catcerto

Si può costruire un’orchestra attorno a un pianista… gatto? C’è un compositore lituano che è convinto di sì… :)

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La luce verde

Boat, da http://juliasteinmeyer.deviantart.com

E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy.

Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte.

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’é sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia … e una bella mattina…

Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.

Da Il Grande Gatsby di F.S. Fitzgerald, 1925.

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