
Noto che sempre più utenti abbandonano il blog, o non lo aprono affatto, per comunicare esclusivamente su Facebook e su altri social network.
Beh, io sono testimone convinto delle potenzialità del social network nel generare reti e relazioni a partire da percorsi o interessi comuni. Non mi abbandona però un’idea di fondo: che il pregio di Facebook abbia più a che fare col “contenuto” (lo sterminato bacino d’utenza che ospita) che non col “contenitore” (gli strumenti che offre). E per spiegarmi parlerò proprio dei blog.
Guardando al “piccolo” della blogosfera e cassando per una volta la logica dei numeri, non ho dubbi: è in corso una scrematura. Chi il proprio weblog l’ha vissuto e coltivato, chi nei vari Wordpress, Blogger, etc. ha colto la maturità del vivere in rete, di certo non lo abbandonerà. Resteranno in piedi non dico “i migliori blog” (è opinabile quali lo siano e perché), ma quelli che attingono a vera passione di scrivere e raccontarsi.
Ovviamente però bisogna guardare oltre, bisogna guardare al sistema nel suo complesso, ai modelli culturali che sottende. E qui non c’è motivo di stare allegri.
I blog erano e rimangono un prodotto di Internet, scaturiscono dalla maturazione di processi sociali e tecnologici che nella Rete hanno avuto il proprio bacino, e se rivendicano qualche altra “parentela” è con modelli consolidati come l’articolo giornalistico e il diario personale. Da questi traggono due principi fondamentali: l’utente è al centro e le sue interconnessioni sono legate a qualità e reputazione.
L’utente è al centro nel senso che non gli è richiesto niente se non scrivere. Di qualsiasi argomento e soprattutto nelle forme e nei modi che sentirà opportuni. Sulle piattaforme di blogging più avanzate può anche personalizzare l’aspetto del propio blog. Le sue interconnessioni sono legate a qualità e reputazione nel senso che stabilirà amicizie, e scambi di link, quanto più sarà in grado di interessare o costituire fonte autorevole per gli utenti, tanto da essere preferito ad altri blogger. Sono due fattori, questi, che inevitabilmente incoraggiano l’utente (sta poi a lui cogliere o meno lo spunto) ad un impegno costante e un’attenzione alla qualità del proprio comunicare.
Facebook tutto questo non lo fa. Perché a ben guardare Facebook non è soltanto un prodotto del web 2.0 e delle sue evoluzioni, ma anche di un ben preciso paradigma culturale che da anni investe il nostro quotidiano. La diffusione dei telefoni e delle tecnologie portatili, i processi sociali di globalizzazione, l’appiattimento progressivo del ruolo e delle funzioni dei mass-media hanno trasformato, impoverendola, la nostra percezione della comunicazione interpersonale e sociale.
Comunicare solo per apparire, per urlare il proprio “io ci sono” in qualcosa che appare come un grande e impalpabile palcoscenico sociale. Comunicare con la facilità di un click e con la brevità di un sms. Comunicare per simboli e per appartenenze di gruppo. Comunicare per inoltrare messaggi scritti da altri. In definitiva non parlare più davvero agli altri e davvero di sè, con i tempi, i modi e la pazienza che questo richiede.
Tutto ciò lo ritrovo proprio su Facebook. Nelle minuscole caselle di testo. Nei gruppi e negli eventi che chiedono solo un click per associarsi. Nella facilità con cui si condivide qualsiasi contenuto, anche il più irrilevante. Nell’omologazione dello “spazio” che ospita la comunicazione. Nel proliferare di applicazioni dai contenuti futili. Nell’assenza di filtri e criteri basati su credibilità, reputazione, verifica delle fonti.
Se già il virtuale rischiava di oscurare la bellezza e la spontaneità della comunicazione reale, della comunicazione che chiede i propri ritmi e spazi, ora rischia di confezionarsi, almeno per le nuove generazioni, come ennesimo fronte di scambi superficiali e frammentari. E il peggio è che solo i più “navigati” (è proprio il caso di dirlo) se ne renderanno conto: per gli altri sarà questa – o quasi – l’unica via.
(crosspostato su Fascio e Martello)































