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Il blog di Fabio Vento

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Dalla blogosfera a Facebook: scrematura o impoverimento?

Noto che sempre più utenti abbandonano il blog, o non lo aprono affatto, per comunicare esclusivamente su Facebook e su altri social network.

Beh, io sono testimone convinto delle potenzialità del social network nel generare reti e relazioni a partire da percorsi o interessi comuni. Non mi abbandona però un’idea di fondo: che il pregio di Facebook abbia più a che fare col “contenuto” (lo sterminato bacino d’utenza che ospita) che non col “contenitore” (gli strumenti che offre). E per spiegarmi parlerò proprio dei blog.

Guardando al “piccolo” della blogosfera e cassando per una volta la logica dei numeri, non ho dubbi: è in corso una scrematura. Chi il proprio weblog l’ha vissuto e coltivato, chi nei vari Wordpress, Blogger, etc. ha colto la maturità del vivere in rete, di certo non lo abbandonerà. Resteranno in piedi non dico “i migliori blog” (è opinabile quali lo siano e perché), ma quelli che attingono a vera passione di scrivere e raccontarsi.

Ovviamente però bisogna guardare oltre, bisogna guardare al sistema nel suo complesso, ai modelli culturali che sottende. E qui non c’è motivo di stare allegri.

I blog erano e rimangono un prodotto di Internet, scaturiscono dalla maturazione di processi sociali e tecnologici che nella Rete hanno avuto il proprio bacino, e se rivendicano qualche altra “parentela” è con modelli consolidati come l’articolo giornalistico e il diario personale. Da questi traggono due principi fondamentali: l’utente è al centro e le sue interconnessioni sono legate a qualità e reputazione.

L’utente è al centro nel senso che non gli è richiesto niente se non scrivere. Di qualsiasi argomento e soprattutto nelle forme e nei modi che sentirà opportuni. Sulle piattaforme di blogging più avanzate può anche personalizzare l’aspetto del propio blog. Le sue interconnessioni sono legate a qualità e reputazione nel senso che stabilirà amicizie, e scambi di link, quanto più sarà in grado di interessare o costituire fonte autorevole per gli utenti, tanto da essere preferito ad altri blogger. Sono due fattori, questi, che inevitabilmente incoraggiano l’utente (sta poi a lui cogliere o meno lo spunto) ad un impegno costante e un’attenzione alla qualità del proprio comunicare.

Facebook tutto questo non lo fa. Perché a ben guardare Facebook non è soltanto un prodotto del web 2.0 e delle sue evoluzioni, ma anche di un ben preciso paradigma culturale che da anni investe il nostro quotidiano. La diffusione dei telefoni e delle tecnologie portatili, i processi sociali di globalizzazione, l’appiattimento progressivo del ruolo e delle funzioni dei mass-media hanno trasformato, impoverendola, la nostra percezione della comunicazione interpersonale e sociale.

Comunicare solo per apparire, per urlare il proprio “io ci sono” in qualcosa che appare come un grande e impalpabile palcoscenico sociale. Comunicare con la facilità di un click e con la brevità di un sms. Comunicare per simboli e per appartenenze di gruppo.  Comunicare per inoltrare messaggi scritti da altri. In definitiva non parlare più davvero agli altri e davvero di sè, con i tempi, i modi e la pazienza che questo richiede.

Tutto ciò lo ritrovo proprio su Facebook. Nelle minuscole caselle di testo. Nei gruppi e negli eventi che chiedono solo un click per associarsi. Nella facilità con cui si condivide qualsiasi contenuto, anche il più irrilevante. Nell’omologazione dello “spazio” che ospita la comunicazione. Nel proliferare di applicazioni dai contenuti futili. Nell’assenza di filtri e criteri basati su credibilità, reputazione, verifica delle fonti.

Se già il virtuale rischiava di oscurare la bellezza e la spontaneità della comunicazione reale, della comunicazione che chiede i propri ritmi e spazi, ora rischia di confezionarsi, almeno per le nuove generazioni, come ennesimo fronte di scambi superficiali e frammentari. E il peggio è che solo i più “navigati” (è proprio il caso di dirlo) se ne renderanno conto: per gli altri sarà questa – o quasi – l’unica via.

(crosspostato su Fascio e Martello)

Postato da Fabio Vento in Attualità, Best - Commenti

Roy Lichtenstein: il fumetto infinito

Roy Lichtenstein: il fumetto infinito

Parliamo del fumetto popolare. In cosa è diverso da altri media, come il cinema o la fotografia? Di certo nel fatto che è, semplicemente, narrazione.

Nel comic book di massa nessuna immagine è importante di per sè stessa: ciò che conta è il flusso di lettura si svolga senza intoppi, che ciascuna vignetta porti alla successiva in un intreccio complessivo. Raramente in un singolo panel c’è del sottinteso, c’è una profondità, c’è spessore.

Roy Lichtenstein il fumetto l’ha portato sulla tela del quadro, e nel farlo l’ha decostruito, l’ha reso “altro”. La maggior parte delle sue opere è una singola vignetta, dipinta in grande formato. Un frammento di storia sciolto dal suo contesto, dal flusso narrativo, reso pregnante di per sè stesso.

Non c’è dovizia di particolari: l’immagine, rozza e approssimativa, è più o meno la stessa che troveremmo in un racconto a fumetti. Ma nel suo isolamento diventa piena, intensa, gode dell’immaginazione: istintivamente evochiamo un contesto, un “prima” e un “poi”, una successione di vignette in cui immergere questo istante. E, senza rendercene conto, costruiamo una narrazione che è “nostra” e insieme universale.

Individuale e universale insieme: non è, questo, uno dei caratteri dell’Arte?

Postato da Fabio Vento in Arte e Memorabilia, Best - Commenti

Le viole sfiorivano

L’altro giorno ti ho rivista e le viole sfiorivano. Lo ammetto, ero un pò incazzato: ti cercavo e non rispondevi. Però quando ti ho avuta davanti il tuo sorriso adorabile è stato per me e ti ho perdonata.

Non lo fai apposta ma sei proprio così. Sparisci per settimane e poi, quando meno me lo aspetto, eccoti qui. Riconquisti la scena e mi parli di te.

Mi hai raccontato di salti e cadute, di avventure spericolate, del tuo volere e sapere amare. Del tuo disordine che fa solo sorridere, perché in cuor tuo sai qual’è la strada. Di quel tuo saperti sporcare le mani senza perdere lo stile e la dolcezza.

Questo mi piace di te, la convinta semplicità con cui ti getti sulle cose. La visione. Con la fiamma di un accendino molti si accenderebbero una sigaretta… ma tu? Come minimo daresti fuoco a un cannone.

Mi hai detto che ti eri fatta male, a volte ti succede. E’ il prezzo della tua passione e io non ho speso molte parole, l’ho letto nei tuoi occhi che volevi trovare in te la forza di rialzarti.

Ma era già tardi, altro ti chiamava, dovevi andare. E’ destino che la tua vita io la veda così, a sprazzi e per movimenti veloci. E’ un pò buffo ma lo accetto.

E mentre ti vedevo allontanare, mentre sapevo che ti avrei rivista, mi sono ritrovato fra le mura di questa città che sa cos’è il vuoto. Questa città dove il vento freddo intristiva il Sole, e dove le viole sfiorivano.

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Che colore ha il silenzio?

Che colore ha il silenzio?

Che colore ha il silenzio?

E’ azzurro come il vento che lava il sudore? Dove c’era il deserto hai eretto palazzi, hai sottratto la materia all’imbarazzo del disordine.

E’ verde, incrocio di sguardi che corteggia una promessa?

E’ forse nero, oscuro complice di un teatro che sarà musica? Bianco, amico confortevole del tuo riposo?

E’ rosso come la rabbia, quando alle parole segue il vuoto? Variopinto, come i sobbalzi di un’attesa infinita?

A volte il silenzio è trasparente, niente più. Come quando rannicchiato, le coperte su di te, chiedi amicizia al buio. E lui ti penetra, ti squarcia: vero e impietoso ti mostra ciò che non è stato.

Postato da Fabio Vento in Best, Indiscrezioni - Commenti

Le ragioni dell’oca

Tante strade diverse possono portare al vegetarismo e alla scelta di lottare per i dirtti degli animali. Se dovessi classificarmi secondo la distinzione che Tom Regan fa in Gabbie Vuote, potrei definirmi un “damasciano”. Piuttosto che da un’innata empatia verso gli animali, è nato tutto da una “folgorazione”: un pò come Saul sulla via di Damasco.

In realtà, niente di complicato. Semplicemente il riconoscere che la carne non è materia inerte, ma cadavere: corpo di un animale che è stato, che ha vissuto. Tutto qui: più che il mio sentimento è stata la mia ragione a muoversi, squarciando un preconcetto. O, come direbbe uno specialista, una rimozione psicologica.

Però è stato proprio iniziando a rispettare gli animali che ho iniziato a conoscerli meglio… e ad amarli, senza distinzioni di specie e di razza. Vorrei poter dire, come è stato per me, che basti fermarsi un attimo a osservare gli animali per rendersi conto della loro bellezza, del loro essere “perfetti” e “completi”, proprio come noi. Per cogliere col cuore, e non soltanto con la mente, il valore della loro vita. Ma servirebbe a poco, ogni esperienza è a sè.

Però c’è un sonetto che rileggo spesso, mi piace perché ribalta davvero la nostra prospettiva:

Penso e ripenso: – Che mai pensa l’oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:
né certo sogna d’essere mortale
né certo sogna il prossimo Natale
né l’armi corruscanti della cuoca.

- O papera, mia candida sorella,
tu insegni che la morte non esiste:
solo si muore da che s’è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Ché l’esser cucinato non è triste,
triste è il pensar d’esser cucinato.

Guido Gozzano, “I sonetti del ritorno” (1911)

E qui cedo la parola alla blogger Attaccabottone che me l’ha fatto conoscere:

Avete mai osservato un’oca mentre fa il bagno? No, non quando galleggia placida sull’acqua, ma proprio mentre si lava energicamente, inzuppandosi come una spugna.

E’ uno spettacolo buffissimo: il caro palmipede allarga le ali e le sbatte sulla superficie, sollevando nuvole di spruzzi; incurva il collo e lo tuffa sott’acqua, usandolo come una paletta per rovesciarsi l’acqua sulla schiena; si immerge completamente e si capovolge, rimanendo con le zampe all’insù, per poi agitarsi a più non posso e riaffiorare con le penne tutte spettinate. Dà veramente l’impressione di divertirsi un mondo e di essere perfettamente felice.

E’ a partire da questa impressione che Gozzano, con la semplicità e l’immediatezza che lo contraddistinguono, si trova a riflettere sul tema del pensiero e del tempo. Il risultato è un delizioso sonetto, incentrato sulla differenza che corre fra il modo umano e quello animale di affrontare la morte (e, di conseguenza, la vita).

L’oca non ha la facoltà del pensiero, almeno non come la intendiamo noi, e non è in grado di concepire la morte. Diversamente dall’uomo, non è consapevole di avere una fine. Mentre starnazza allegramente alla riva del canale non sospetta nemmeno che le “armi corruscanti della cuoca” sono pronte a farla diventare il piatto principale del pranzo natalizio (da notare la rima fra “Natale” e “mortale”, nella quale si consuma un’altra fondamentale differenza fra uomo e animale, dal momento che la festività, giorno di nascita e gioia per il primo, è per il secondo un giorno di morte).

Questo limite insito nella sua natura non deve però farci considerare l’oca un essere stupido e inferiore. Se ci convinciamo di questo, ci avverte Gozzano, commettiamo un errore molto sciocco: così facendo infatti non ci accorgiamo che ciò che ci rende mortali (e infelici) è proprio la consapevolezza di esserlo. “Solo si muore da che s’è pensato”, ed è l’oca stessa a insegnarcelo, con la sua pura e serena voglia di vita (non vi vengono in mente “i sereni animali che avvicinano a Dio” di Saba?).

La pennuta creatura non ha neppure la cognizione del tempo: non ha memoria del passato, e tantomeno sa di avere un futuro. Vive solo nel presente. La sua vita è ogni istante, e in un certo senso in ciascuno di questi istanti è eterna. Può essere così giocosa proprio perché non è cosciente del destino che l’attende. Se lo fosse non starebbe sguazzando festosa né giubilando al tramonto, e non avrebbe quindi quelle caratteristiche che il poeta osserva in lei con meraviglia e invidia.

Invidia, sì: è forte il desiderio di assomigliarle, di essere capace di godersi ogni attimo senza rimpianti o rimorsi verso ciò che è stato e senza incertezze e paure per ciò che sarà. Non possiamo essere anche noi liberi e spensierati, come quest’oca?, sembra chiedersi Gozzano con tristezza e un pizzico di rabbia. No, non possiamo. Per il banalissimo fatto che noi non siamo oche: se per noi è difficile rassegnarci alla morte sorridendo, ancora di più lo è rassegnarci sorridendo alla vita.

(crosspostato su LAV Palermo)

Postato da Fabio Vento in Arte e Memorabilia, Best, Eco, Indiscrezioni - Commenti

Oneness

Sono davvero lieto di aver partecipato all’One World Festival, e non soltanto per gli spunti che i workshop mi hanno offerto, o per la bellezza del posto. La “lezione” che ne ho tratto è più profonda, e si potrebbe esprimere con quella stessa parola che dà nome all’evento, e per cui non c’è un equivalente italiano: oneness.

One World Festival

Si potrebbe intendere come “sentirsi una sola cosa”. Le esperienze che ho vissuto con gli altri partecipanti sono state fra le più varie: musica, ballo, cucina, meditazione, yoga, lezioni frontali. In tutte, però, ho avvertito un palpabile spirito di condivisione, una sorta di contagioso invito alla fratellanza e all’unità.

One World Festival

E’ vero: se riusciamo, anche per poco, ad abbattere le barriere psicologiche che ci separano gli uni dagli altri, possiamo riuscire a intuire – ancor prima che con la mente, con il cuore – una profonda verità. Possiamo differire per razza, per nazione, per lingua o religione, ma non siamo diversi in ciò che è più importante: il nostro ricercare la felicità, la nostra capacità di dare e ricevere amore.

One World Festival

Sarà con questo spirito che in futuro ritornerò all’One World Festival, se il tempo e le occasioni me lo consentiranno.

Ah, un saluto speciale alle mie due bartender preferite, Gabriella e Serena :)

One World Festival

Postato da Fabio Vento in Best, Indiscrezioni - Commenti

Le ragazze sono tutte troie

Sì, avete capito bene. Lo dico con piena convinzione: a parte poche eccezioni di spicco, qui dalle mie parti le ragazze sono tutte troie.

Lo dico ben sapendo di essere “tacciabile” di qualunquismo o perfino di volgarità. Chi frequenta queste pagine sa se queste “prerogative” facciano o meno parte di me. Lo dico anche sapendo che qualcuno penserà: “Ecco, ha avuto una delusione d’amore e ora viene qui a sfogarsi sul blog”. Niente affatto, o meglio: se di recente qualche delusione c’è stata, non è stato sul piano sentimentale. E non pensatemi neppure misogino: la maggior parte dei miei amici sono donne.

In realtà non sono neppure incazzato: il mio sentimento, se dovessi esprimerlo in poche parole, è quello dello scolaro che risolve un’operazione di aritmetica e se ne compiace, il risultato era proprio quello che si aspettava. Anzi a guardar bene forse sotto c’è pure un teorema.

Troie, dicevo. E con questo non intendo dire “facili”: facile per certi versi lo sono io. Che non mi pongo problemi a invitare a un drink una ragazza appena conosciuta. Sì, facile in senso “europeo”, diciamo, chè basta uscire dall’Italia per trovarne tanta di gente così, che pensa che per socializzare non servano “uscite combinate” o assurde messinscene, ma soltanto il desiderio di farlo e un minimo di disponibilità a mettersi in gioco.

Troie della fiducia, dei sentimenti, degli affetti. Ecco, questo voglio dire. Care mie, con la parità dei sessi avete preso anche il peggio dall’uomo, la sua natura velleitaria. Avete riconfezionato in chiave moderna (o post-moderna, fate voi) le favole materne delle principesse e delle fate, senza che questo potesse rimuovere un vostro tratto naturale, l’insicurezza. La vostra ottusità è venata di un egocentrismo che è indiscutibilmente femminile.

Penso a quante di voi descrivono il proprio uomo con parole come “ha qualcosa di speciale, non saprei dire”. E avete ragione, non lo sapete davvero, a ben guardare avete poco o niente in comune con lui. Quanto a quel “qualcosa di speciale”, è stata soltanto l’abilità di avervi avvicinato al momento giusto e con gli strumenti giusti, quelli che più fanno leva sulla vostra vanità. Fazzoletti per asciugare le vostre “lacrime di dolore”, orecchie per ascoltare i vostri lamenti, muscoli “palestrati” per stimolare i vostri ormoni.

Ed è qui la cosa divertente: di fronte al vostro “principe azzurro” siete capaci di abdicare alla vostra dignità e capacità di giudizio al punto da non riconoscere più la realtà, da mettervi in guai grossi, da tradire la fiducia di chi vi sta vicino; altrettanto in fretta però vi rivestite di altera superiorità se alla vostra porta ha l’ardire di bussare chi “non vi piace”. Naturalmente – e questo vi basterebbe affinare lo sguardo per capirlo – la sostanza è la stessa, quella di una solitudine che si nutre di sè, che è incapacità di amare davvero, amare senza compromessi.

Cercate di lavorare su voi stesse, fatelo e non vi chiamerò più “troie”, non vi chiuderò più la porta in faccia come amo fare adesso. Fatelo per voi stesse, non per me che ormai ho il “fiuto”, come un vecchio marinaio so riconoscere la tempesta e schivarla.

Potreste iniziare dal chiedervi se siate voi stesse le cause dei vostri insuccessi e, in fondo, della vostra infelicità. perché sì, respirate un ambiente di disvalori, un’etica ingenua e contraddittoria che vi vuole “inquadrate” in un ruolo che poco risponde alla vostra (sincera) domanda di certezze. E questo può limitare la vostra lucidità. Ma in ultimo siete voi a decidere delle vostre azioni, e decidere diversamente si può. Sempre e in ogni momento.

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Ciao Giuseppe

Torno adesso da una bella e costruttiva giornata di protesta, divertimento, scambio di idee con gli amici della LAV, quando scopro sul sito del Meetup Palermo 3 che Giuseppe Gatì, il contestatore di Sgarbi ad Agrigento, è morto in un incidente sul lavoro.

Giuseppe Gatì

«Non ti ho mai neanche stretto la mano, credevo ci fosse ancora tempo»: scrive questo sul “trafiletto” msn un’attivista del Meetup, e sembra leggermi nel pensiero.

Tu, Giuseppe, eri parte di quella sparuta generazione di piccoli eroi, senza bandiera ma con sguardo lontano, che sa ancora alzare la testa contro le angherie dei potenti. Piccoli eroi che si dicono semplicemente uomini normali non rassegnati a vivere una realtà anormale.

E tu eri il più “normale” di tutti, non fosse altro che vivevi ad Agrigento. Quella città vicina, vicinissima, dove vivono i miei parenti e dove ritorno ogni anno per le festività. In quella città spenta, adagiata in un torpore innaturale, sei stato un neo, un quid impazzito. Normale che lì per lì non ti abbiano compreso.

Piero Ricca e Giuseppe Gatì

Ricordo la sorpresa di trovarti a fianco di Piero Ricca alla presentazione di “Alza la testa”. «Ho pensato che non sono io a dover andar via dalla Sicilia: deve andarsene chi continua a martoriarla». Poche e timide parole: ma anche se non avessi detto niente quell’appaluso ce l’avresti strappato lo stesso.

Quella volta non ti ho avvicinato, non ti ho stretto la mano. Avevo tanto da dirti… e non sapevo cosa dirti. E ora è insensatamente troppo tardi.

Non posso che ricordarti così, e ripetere le tue parole:

Giuseppe Gatì ad Agrigento

Viva Caselli! Viva il pool antimafia!

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Storie dal fronte

Mio nonno, 92 anni già compiuti e una salute di ferro, ha vissuto tante avventure nella sua vita. Le più intense sono quelle ambientate durante la Seconda Guerra Mondiale, fra le truppe italiane di presidio in Albania. Sono ricordi che nella sua memoria si ricompongono senza traumi, non fosse altro che non fu mai nella condizione di sparare.

Nostalgia di casa, cameratismo, piccoli gesti di eroismo: questo è il sapore dei suoi racconti. Ma non manca neppure una vena straniante e un pò buffa, come quando a gran voce rievoca i dialoghi con la popolazione locale. Così profondamente diversa per lingua e tradizione, ma con cui era facile condividere il sentimento di indigenza e di incertezza per il futuro.

Per le festività, come ogni anno, sono andato a trovarlo con la mia famiglia. Da qui l’idea: perché non far conoscere anche ai miei “venticinque lettori” qualcuno dei suoi racconti?

Ho cercato di mantenere intatto lo stile un pò d’altri tempi che incanta almeno quanto la storia in sè…

“Non dire, non sapere”

Mi trovavo in Albania in alta montagna nell’estate del 1943. Mentre i soldati a me affidati per passare tempo giocavano a carte, e precisamente eseguivano il gioco “‘U scieccu’”, io gironzolavo sulla montagna attorno alla postazione militare.

Incontrai una persona anziana, un albanese. Allora io per attaccar bottone incominciai a chiedergli: «Tu essere contento che gli italiani sono venuti nel tuo paese, non è vero?»

«Non dire… non sapere…» mi rispose lui, impassibile.

Al che continuai: «Ora saranno costruite strade, palazzi, tutti avere un lavoro…»

E lui ancora a ripetere: «Non dire… non sapere…»

«Insomma starete tutti bene, verrà il benessere per tutto il popolo albanese.»

«Non dire… non sapere…»

Non capii e me ne andai. Però tanti anni più tardi, dopo la fine della guerra, compresi il senso delle sue parole. L’albanese mi aveva dato una lezione di autentico patriottismo.

Invero, poco gli importava di ciò che io promettevo per il suo Paese. Per lui non aveva nessuna importanza la costruzione di palazzi, di strade ed altro… se questo significava la perdita dell’indipendenza nazionale!

Il capitano

Albania, 1943. Insieme a tanti altri soldati italiani ero stato fatto prigioniero in un accampamento tedesco. I militari nemici, armati, presidiavano i confini del territorio.

Durante la notte fra il 9 e il 10 settembre sentimmo una voce, che diceva: «Italiani! Venite con noi! Italiani!». Erano soldati italiani liberi che ci invitavano alla fuga dal campo.

Decidemmo di accogliere l’invito.

Il nostro capitano, che aveva una certa età e una certa stazza corporea, incominciò ad interpellare i soldati per sapere se c’era qualcuno disposto a portare il suo zaino.

Dopo tanti “no” un povero soldato accettò l’incarico, facendo presente che era un’operazione difficile in quanto avrebbe dovuto correre portando due zaini: il suo e quello del capitano.

Questo soldato si mise allora a capo dei fuggiaschi e iniziò a correre. Noi tutti lo seguimmo.

Eravamo appena usciti dal campo quando il capitano, boccheggiante, raggiunse il soldato e gli urlò:Â «Ah! Ti sei dato a gambe levate per rubarmi lo zaino, eh? Ladro, farabutto e mascalzone!»

Allla vista di ciò, indignato io subito intervenni: «Ladro, farabutto e mascalzone c’è lei! E’ questo il modo di trattare un soldato che le ha fatto pure la cortesia di trasportare il suo zaino? Si ricordi che i soldati sono sacri e inviolabili!»

Poi, rivolgendomi ai militari, dissi: «Ragazzi, lasciamolo solo come un cane il nostro capitano, non merita più la nostra considerazione! Da questo momento il vostro comandante sono io! Ma che dico il vostro comandante, io sono il vostro fratello! Ciò che è mio è vostro!»

Così lasciammo il nostro capitano, e incominciammo la salita della montagna.

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Black & White

Dal mio photoblog flickr, alcune foto in bianco e nero. Devo proprio dire che il black&white è una dimensione a sè della fotografia…

Near the Sea

Balconies

Lock

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