
La vita è bella non è semplicemente il miglior film di Roberto Benigni. In un certo senso “La vita è bella” è Roberto Benigni. Senza le briglie, lontano anni luce dalle prime commediole inconcludenti. Libero di guardare, e dipingere a sua immagine, un’opera di grande respiro.
Una “summa” che inevitabilmente è (scomoda) pietra di paragone per ogni lavoro successivo. Da quel momento deludere è facile: se non rivivi la stessa ispirazione saprai di insipido (“Pinocchio”) o di già visto (“La tigre e la neve”).
Eppure non per tutti “La vita è bella” è un capolavoro. Non lo è per me, che fin dalla prima volta ho percepito una strana sensazione, l’idea indefinita che qualcosa mancasse, che qualcosa fosse fuori posto.
C’è una scena in cui Guido, prigioniero nel campo di concentramento, attiva gli altoparlanti per far sentire alla moglie la canzone del loro amore: “Belle nuit, ô nuit d’amour” di Jacques Hoffenbach.
Ecco, non so se Benigni abbia preso spunto proprio da lì, ma c’è una sequenza molto simile in un film americano di tre anni prima, Le ali della libertà, con Tim Robbins e Morgan Freeman. Le condizioni a contorno sono diverse, ma anche qui c’è una prigione, anche qui ci sono tante persone che soffrono e anche qui il protagonista diffonde nell’etere una melodia che è messaggio di speranza.
Ma la differenza è fondamentale. Il “messaggio” di Andy Dufresne è rivolto a tutti i prigionieri, a tutti coloro i quali soffrono insieme a lui la privazione della libertà.
Da quella prigione Dufresne uscirà, non prima però di aver seminato qualcosa. Userà la sua cultura e le sue competenze per costruire una biblioteca, per aprire quell’umanità sofferente e logorata al sogno e all’arte. Sarà solidale e lo sarà con tutti.
Anche Guido Orefice è pieno di risorse, è ottimista e non perde la speranza, ma la sua solidarietà è soltanto per la moglie e il figlio. Il piccolo Giosuè tiene la scena al punto che tutti gli altri deportati del campo appaiono come figure di sfondo, anonime e a lui funzionali. Un’esperienza comune di prigionia, con un possibile destino di morte, dovrebbe unire più di ogni altra cosa, ma da parte di Guido non c’è mai una parola di compassione per gli altri prigionieri. Anzi: nella più classica delle costruzioni narrative di Benigni (chi ricorda il “ladro di banane” di Johnny Stecchino?), c’è un personalismo che a tratti è ostentato individualismo.
Una scena parla forse più di altre. L’ultima notte al campo di concentramento impazza la guerriglia. I prigionieri sono indecisi sul da farsi, alcuni di loro preferiscono restare chiusi in camerata aspettando il mattino. Con poche sbrigative parole Guido si dissocia (“No, qui si fa la fine del topo!”) e senza curarsi di convincere altri scappa via con il figlio.
Ecco. Per quanto prometteva, “La vita è bella” avrebbe dovuto guardare davvero in alto. Avrebbe dovuto raccontare una storia di amore universale. E non lo ha fatto.






























