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Il blog di Fabio Vento

Archivio della categoria 'Indiscrezioni'

Le pieghe dei vestiti

Non accade spesso, ma qualche volta sì. Conosco una persona e da subito qualcosa mi colpisce. Può essere il tono della voce, una frase appena sussurrata, può essere un gesto o il modo di vestire.

Ed è bello quando la curiosità mi prende. L’immagine che ho negli occhi si colora e inizio a fantasticare, a riempire il bianco intorno. Un pò come fa il narratore quando sul filo dell’ispirazione tratteggia il personaggio, e solo dopo gli regala una storia, uno spessore.

Ma i colori dell’immaginazione sono i più vividi, i più sgargianti, non ammettono sbavature. Soltanto una cosa è più attraente ancora, ed è conoscere davvero l’altra persona. Far sì che sia lei stessa a raccontare la sua storia.

E questa non è mai un puzzle da ricomporre. Ci sono tante sfumature, infiniti chiari e scuri fra le pieghe di un vestito. Una profondità in cui ci si può anche perdere.

Certe storie di vita mi hanno affascinato, mi è dispiaciuto non esserci stato anch’io. Non aver vissuto quella luce bianca che mi aveva colpito solo di riflesso. Altre volte è stato un cetagorico nero, ciò che ho sentito non mi è piaciuto e sono stato tentato di disapprovarlo.

Però cerco di ricordarmi che è l’essere umano è così: una tavolozza scomposta che nell’individuo, in qualche strano modo, trova plastica unità.

E se uomo sono anch’io, allora amore è la capacità di ascoltare ogni parola e lasciare che germogli…

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Arrivederci LAV: una riflessione finale

Ieri ho concluso la mia collaborazione da attivista con la LAV di Palermo e di conseguenza il blog, di cui ero webmaster, ha chiuso i battenti.

Nell’ultimo post ho tratto un paio di considerazioni che mi piace condividere anche qui.

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Ancora

Ancora

Batte ancora il mio cuore,
non lo vedi ma è lì,
sigillato
in un blocco di granito.

Non è orgoglio,
non è gelosia,
solo fiore di campo
che teme gli aghi del freddo.

Ma passerà.
Passerà l’inverno,
verrà primavera,
sì aprirà come un dono.

Le cose grandi
le strappi via a morsi,
le tieni strette con te.

Le cose belle
le trovi già lì,
sono un regalo.


Pagine bianche

Cosa c’è mai
dietro il bianco
delle nostre pagine?

E’ rabbia che sbaraglia le parole,
che lascia il vuoto?

O forse è silenzio,
è un sospeso,
prima pagina di un libro
che scriveremo insieme?

Sapremo imparare
insieme
a rimetterci in gioco?

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Le viole sfiorivano

L’altro giorno ti ho rivista e le viole sfiorivano. Lo ammetto, ero un pò incazzato: ti cercavo e non rispondevi. Però quando ti ho avuta davanti il tuo sorriso adorabile è stato per me e ti ho perdonata.

Non lo fai apposta ma sei proprio così. Sparisci per settimane e poi, quando meno me lo aspetto, eccoti qui. Riconquisti la scena e mi parli di te.

Mi hai raccontato di salti e cadute, di avventure spericolate, del tuo volere e sapere amare. Del tuo disordine che fa solo sorridere, perché in cuor tuo sai qual’è la strada. Di quel tuo saperti sporcare le mani senza perdere lo stile e la dolcezza.

Questo mi piace di te, la convinta semplicità con cui ti getti sulle cose. La visione. Con la fiamma di un accendino molti si accenderebbero una sigaretta… ma tu? Come minimo daresti fuoco a un cannone.

Mi hai detto che ti eri fatta male, a volte ti succede. E’ il prezzo della tua passione e io non ho speso molte parole, l’ho letto nei tuoi occhi che volevi trovare in te la forza di rialzarti.

Ma era già tardi, altro ti chiamava, dovevi andare. E’ destino che la tua vita io la veda così, a sprazzi e per movimenti veloci. E’ un pò buffo ma lo accetto.

E mentre ti vedevo allontanare, mentre sapevo che ti avrei rivista, mi sono ritrovato fra le mura di questa città che sa cos’è il vuoto. Questa città dove il vento freddo intristiva il Sole, e dove le viole sfiorivano.

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Che colore ha il silenzio?

Che colore ha il silenzio?

Che colore ha il silenzio?

E’ azzurro come il vento che lava il sudore? Dove c’era il deserto hai eretto palazzi, hai sottratto la materia all’imbarazzo del disordine.

E’ verde, incrocio di sguardi che corteggia una promessa?

E’ forse nero, oscuro complice di un teatro che sarà musica? Bianco, amico confortevole del tuo riposo?

E’ rosso come la rabbia, quando alle parole segue il vuoto? Variopinto, come i sobbalzi di un’attesa infinita?

A volte il silenzio è trasparente, niente più. Come quando rannicchiato, le coperte su di te, chiedi amicizia al buio. E lui ti penetra, ti squarcia: vero e impietoso ti mostra ciò che non è stato.

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Gatto di suoni, gatto di silenzio

Gatto di suoni, gatto di silenzio

Con te non ci sono vie di mezzo, caro gatto: o ti si ama o ti si odia. Più spesso però ti si ama, e lo si fa proprio per quelli che sono i tuoi “difetti”.

Sei egoista, orgoglioso, opportunista: insomma sei troppo simile a noi per non sedurci nel profondo, ché in cuor nostro aneliamo più di ogni altra cosa una controparte. Qualcuno in cui rispecchiarci per sorridere, con ironia, anche un pò di noi stessi.

Ma c’è dell’altro, ed è il tuo fascino affabulatore. A differenza del tuo lontano cugino, il cane, rifiuti di entrare nei nostri spazi, nelle nostre abitudini quotidiane; anzi sei tu a far proseliti, ad attirarci nel mondo di cui sei re incontrastato, saggio e capriccioso.

Un mondo dove il tempo rallenta e si dilata come le tue pupille al buio. Ogni tuo gesto, ogni tuo scatto e movimento ha lo stupore e la sincerità del bambino che osserva le cose per la prima volta.

Eppure sembri conoscere a fondo le corde del nostro cuore, sai farti capire al volo. E la tua abilità di comunicatore vorrei declinarla per suoni e rumori, quelli che sono più familiari a chi ha l’onore della tua compagnia:

plop: con un gesto che sai fare solo tu, ti getti a terra. Abbassi le difese di cui tanto vai orgoglioso, sei inerme di fronte a chi ti è davanti. Quale gesto più sincero di fiducia, di vicinanza?

trrrrrr: sei contento, e le parole non servono, parla il tuo cuore! Con un trillo ritmico, armonioso, che non ti costa alcuno sforzo: come la gioia che scorre dentro di te.

mieoww: qualcosa non va? Il tuo richiamo accorato spezzerebbe anche il cuore più gelido…

pom pom pom: sono i tuoi passetti concitati, quando qualcosa attrae la tua attenzione… o quando, dopo una giornata di “faticoso” ozio, ti è servito il meritato pasto!

sgrat sgrat: chi ha chiuso la porta? Chi osa precludere a Sua Gattità l’accesso a una parte del suo regno? Gratti e gratti, e sai bene che questo non farà cedere l’uscio: infatti è un gesto dimostrativo!

Ma più di tutto mi piace il tuo silenzio.

Come quando mi fissi in volto, immobile, con la tempra di un vecchio saggio che custodisce segreti lontani, saperi antichi. Come quando ti muovi per le nostre case, con l’indolenza e la nobiltà imperscrutabile di un imperatore, di cui noi siamo poco più che sudditi.

Non è proprio così, forse lo intuisci. Ma lungi da me, gatto, contraddirti!

(crosspostato su LAV Palermo)

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Stella (2006)

Cara mia stella,
ora lo so:
non mi hai mai detto
la verità.

Che siamo ombre,
segni contrari,
sbilenchi errori
d’ortografia.

Che il vero oltre
non è mai fuori,
sta solo dietro
due occhi distolti.

Cara mia stella,
la verità
non la sapevi
neppure tu.

Come altrimenti
avresti dato
luce splendente?

E tuttavia
quel tuo chiarore
ancora oggi
forgia coscienza.

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Pensieri ed emozioni dalla due giorni a Vasto

Trovo finalmente il tempo per riordinare un pò le idee sulla breve ma intensa partecipazione agli stati generali di Italia dei Valori, in quel di Vasto.

Quarto Incontro Nazionale IDV

Che dire? Sono stati due giorni appassionanti e, direi, emozionanti. E non tanto per i contenuti programmatici, che pure hanno visto il movimento conquistare statura di partito e di soggetto autonomo dell’agone politico.

No, il momento più intenso è stato nel dialogo con la società civile. Quella fetta di gente onesta che si riconosce in giornalisti liberi come Marco Travaglio, Peter Gomez, Concita De Gregorio, da magistrati coraggiosi come Luigi De Magistris, da tenaci “girotondini” come Francesco “Pancho” Pardi, o semplicemente da persone limpide come Sonia Alfano, Salvatore Borsellino, Gioacchino Genchi con la loro lotta quotidiana per la giustizia e la legalità.

Persone che ammiro tanto, e che hanno scelto gli spazi di Italia dei Valori, e non di altri, per testimoniare la propria presenza e il proprio impegno. Segno, questo, che le lotte del partito per la moralizzazione della vita politica e civile incontrano il sentire comune. Che il movimento, nonostante le tante difficoltà attraversate e la necessità di una parziale revisione dei quadri (specialmente al Sud Italia) procede nella direzione giusta, conquistando sempre più ciò che gli altri partiti hanno dismesso: il rapporto con i cittadini, veri e ultimi destinatari dell’agire politico.

Di seguito i filmati: niente politichese, solo parole sincere e autentiche tensioni morali. Se alcuni momenti vi emozioneranno, pensate a come dev’esser stato per chi era lì :)

La manifestazione ha chiamato giornalisti e blogger da tutta Italia: i secondi, direi, sono stati equiparati ai primi in quanto a spazi e risorse (cartella stampa, connessione wi-fi, sistemazione gratuita in albergo). Ho apprezzato molto la sensibilità di Antonio Di Pietro verso questa frontiera della comunicazione che ha tutti i presupposti per essere più “libera” e meno condizionata dalla partitica.

Ad maiora! :)

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Un weekend a Vasto e Roma

Scrivo da Vasto, che in questi giorni ospita gli stati generali di Italia dei Valori. Non sono voluto mancare perché va finalmente delineandosi il programma del partito come alternativa di governo: da iscritto seguo IDV ormai da tempo e mi riconosco pienamente nei suoi principi ispiratori e nelle lotte per la legalità.

Quarto Incontro Nazionale IDV

Passando da Roma per il ritorno, dedicherò anche qualche ora alla Festa Nazionale dell’Altra Economia, evento che vuole riunire quei settori economici (dal biologico al commercio equo solidale, dalle energie rinnovabili alle ecoproduzioni, dal turismo responsabile alla finanza etica) che testimoniano la scelta di una nuova economia fondata sulla qualità del lavoro e sulla sostenibilità.

Festa Nazionale dell'Altra Economia 2009

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Le ragioni dell’oca

Tante strade diverse possono portare al vegetarismo e alla scelta di lottare per i dirtti degli animali. Se dovessi classificarmi secondo la distinzione che Tom Regan fa in Gabbie Vuote, potrei definirmi un “damasciano”. Piuttosto che da un’innata empatia verso gli animali, è nato tutto da una sorta di folgorazione: un pò come Saul sulla via di Damasco.

In realtà, niente di complicato. Semplicemente il riconoscere che la carne non è materia inerte, ma cadavere: corpo di un animale che è stato, che ha vissuto. Più che il mio sentimento è stata la mia ragione a muoversi, squarciando un preconcetto. O, come direbbe uno specialista, una rimozione psicologica.

Però è stato proprio iniziando a rispettare le creature della Terra che ho iniziato a conoscerle meglio… e ad amarle, senza distinzioni di specie o di razza. Vorrei poter dire che basti fermarsi un attimo a osservare gli animali per rendersi conto della loro bellezza, del loro essere perfetti nella complessità: proprio come noi. Ma servirebbe a poco, ogni esperienza è a sè.

Però c’è un sonetto che rileggo spesso, mi piace perché ribalta davvero la nostra prospettiva:

Penso e ripenso: – Che mai pensa l’oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.

Salta starnazza si rituffa gioca:
né certo sogna d’essere mortale
né certo sogna il prossimo Natale
né l’armi corruscanti della cuoca.

- O papera, mia candida sorella,
tu insegni che la morte non esiste:
solo si muore da che s’è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Ché l’esser cucinato non è triste,
triste è il pensar d’esser cucinato.

Guido Gozzano, “I sonetti del ritorno” (1911)

E qui cedo la parola alla blogger Attaccabottone che me l’ha fatto conoscere:

Avete mai osservato un’oca mentre fa il bagno? No, non quando galleggia placida sull’acqua, ma proprio mentre si lava energicamente, inzuppandosi come una spugna.

E’ uno spettacolo buffissimo: il caro palmipede allarga le ali e le sbatte sulla superficie, sollevando nuvole di spruzzi; incurva il collo e lo tuffa sott’acqua, usandolo come una paletta per rovesciarsi l’acqua sulla schiena; si immerge completamente e si capovolge, rimanendo con le zampe all’insù, per poi agitarsi a più non posso e riaffiorare con le penne tutte spettinate. Dà veramente l’impressione di divertirsi un mondo e di essere perfettamente felice.

E’ a partire da questa impressione che Gozzano, con la semplicità e l’immediatezza che lo contraddistinguono, si trova a riflettere sul tema del pensiero e del tempo. Il risultato è un delizioso sonetto, incentrato sulla differenza che corre fra il modo umano e quello animale di affrontare la morte (e, di conseguenza, la vita).

L’oca non ha la facoltà del pensiero, almeno non come la intendiamo noi, e non è in grado di concepire la morte. Diversamente dall’uomo, non è consapevole di avere una fine. Mentre starnazza allegramente alla riva del canale non sospetta nemmeno che le “armi corruscanti della cuoca” sono pronte a farla diventare il piatto principale del pranzo natalizio (da notare la rima fra “Natale” e “mortale”, nella quale si consuma un’altra fondamentale differenza fra uomo e animale, dal momento che la festività, giorno di nascita e gioia per il primo, è per il secondo un giorno di morte).

Questo limite insito nella sua natura non deve però farci considerare l’oca un essere stupido e inferiore. Se ci convinciamo di questo, ci avverte Gozzano, commettiamo un errore molto sciocco: così facendo infatti non ci accorgiamo che ciò che ci rende mortali (e infelici) è proprio la consapevolezza di esserlo. “Solo si muore da che s’è pensato”, ed è l’oca stessa a insegnarcelo, con la sua pura e serena voglia di vita (non vi vengono in mente “i sereni animali che avvicinano a Dio” di Saba?).

La pennuta creatura non ha neppure la cognizione del tempo: non ha memoria del passato, e tantomeno sa di avere un futuro. Vive solo nel presente. La sua vita è ogni istante, e in un certo senso in ciascuno di questi istanti è eterna. Può essere così giocosa proprio perché non è cosciente del destino che l’attende. Se lo fosse non starebbe sguazzando festosa né giubilando al tramonto, e non avrebbe quindi quelle caratteristiche che il poeta osserva in lei con meraviglia e invidia.

Invidia, sì: è forte il desiderio di assomigliarle, di essere capace di godersi ogni attimo senza rimpianti o rimorsi verso ciò che è stato e senza incertezze e paure per ciò che sarà. Non possiamo essere anche noi liberi e spensierati, come quest’oca?, sembra chiedersi Gozzano con tristezza e un pizzico di rabbia. No, non possiamo. Per il banalissimo fatto che noi non siamo oche: se per noi è difficile rassegnarci alla morte sorridendo, ancora di più lo è rassegnarci sorridendo alla vita.

(crosspostato su LAV Palermo)

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