
La sua immagine mi accompagnava anche nei posti più negati al romanticismo. Il sabato sera, quando la zia andava al mercato, dovevo andarci anch’io per aiutarla a portare un po’ di pacchetti. Camminavamo per le strade illuminate tra gli spintoni di uomini ubriachi e di donne che contrattavano, tra le bestemmie dei manovali, le stridule cantilene dei garzoni di guardia ai barili di carne di maiale in salamoia, la voce nasale dei cantastorie che intonavano inni su O’Donovan Rossa e ballate sui moti patriottici. Ma tutti questi rumori convergevano in un’unica sensazione di vita per me: immaginavo di portare il mio calice in salvo attraverso una schiera di nemici. Il suo nome, a volte, mi saliva alle labbra in strane preghiere e lodi che non capivo; avevo spesso gli occhi pieni di lacrime (senza sapere perché) e a volte l’ondata tumultuosa che si sprigionava dal mio cuore sembrava che mi si riversasse in petto. Pensavo poco al futuro. Non sapevo se avrei mai trovato il coraggio di rivolgerle la parola e, nel caso lo avessi fatto, come avrei potuto esprimerle la mia confusa adorazione. Ma il mio corpo era come un’arpa e i gesti di lei come le dita che scorrono sulle corde. [...]
Finalmente mi parlò. Quando mi rivolse le prime parole, mi sentii cosi confuso da non sapere cosa rispondere. Mi aveva chiesto se sarei andato all’Arabia. Non ricordo se risposi sì o no. Era uno splendido bazar; le sarebbe piaciuto andarci, disse.
«E perché non ci vai?» chiesi.
Mentre parlava si rigirava un braccialetto d’argento intorno al polso. Non poteva andarci, rispose, perché‚ ci sarebbe stato un ritiro nel suo convento, quella settimana. Suo fratello e due altri ragazzi stavano cercando di portarsi via i berretti, e io ero solo vicino al cancello. Teneva con una mano una delle sbarre, mentre chinava la testa verso di me. La luce del lampione di fronte si posava sulla candida curva del suo collo, le illuminava i capelli che le ricadevano immobili sulla nuca e, più in basso, cadeva sulla mano posata sulla sbarra. Battendo di lato sul vestito, colpiva l’orlo bianco della sottana che la posa trascurata lasciava intravedere.
«Beato te che puoi andarci!» disse.
«Be’, se ci vado, ti porterò qualcosa» risposi.
Dal racconto “Arabia” di Gente di Dublino di James Joyce, 1914. Foto di DesigningDivas.


























